Corrado Formigli e la sua Piazza Pulita (La7) restano i più faziosi, bugiardi e in cattiva fede di tutto il panorama generalista.
L’episodio raccontato da Carlo Calenda a capodanno consisteva nel prefabbricare al telefono una sceneggiatura in cui Calenda stesso «garantisse» che in puntata si sarebbe scagliato contro Giorgia Meloni: e quando invece lui si è limitato a rispondere che avrebbe detto ciò che pensa, ecco, l’hanno estromesso dal segmento e tentato di riciclare in un confronto col pittoresco economista Jeffrey Sachs, uno che, peraltro, solo Formigli potrebbe invitare: è una sorta di russo acquisito spesso ospite anche ai talk putiniano di Vladimir Soloviev e vede complotti Nato e Cia dappertutto, nega il genocidio cinese degli uiguri, sostiene che il Covid sia uscito dagli Usa e, insomma, è uno che Alessandro Orsini in confronto è Mario Draghi; in compenso Formigli te lo presenta come un Nobel mancato, anche scrive solo per Al Jazeera o su piattaforme alternative.
Formigli, questo Santoro senza Santoro, è il peggiore di tutti perché non fa neppure come una Lilli Gruber, che ha degli ospiti fissi notoriamente squilibrati ma che ce l’hanno scritto in faccia; Formigli si crede un soggetto politico e morale, una coscienza civile, non racconta la realtà, la amministra, non indaga, ma indirizza, e non ospita, ma strumentalizza (gli invitati più assennati declinano) e insomma, la sua formula è banalmente truffaldina perché lui chiama «equilibrio» ciò che è un bilanciamento artificiale delle tesi che gli servono. Se due ospiti la pensano allo stesso modo, be’, allora ne spostano uno, o non lo invitano più: la narrazione non deve incepparsi.
Ce la siamo ridacchiata in tanti, quando un dirigente Rai diede a Formigli dell’infame: anche perché è un noto piagnone e ne fece una tragedia del giornalismo, rappresentando, pure, la prosopopea più alta del genere: si crede un grande giornalista quando invece è solo un grande qualcosa, il suo programma invoca le piazze già dal titolo e ammicca all’antipolitica, si spaccia per voce del popolo e vedetta civica, agita il semplicismo studentesco, il vittimismo parentale, lo Stato che ci ha lasciati soli, il poveraccismo da cassa integrazione, gli eroi e i corrotti, il Nord e il Sud, loro contro il Palazzo, loro contro le pressioni, loro che «subiscono attacchi» perché «danno fastidio» (lo danno anche le ragadi) e il tutto con un singhiozzo vittimista incorporato.
La peggior reputazione di Piazza Pulita è il suo essere pacchianamente prevedibile: il contrario dell’insegnamento di Michele Santoro, uno che paradossalmente ci manca.
A non mancarci, invece, è la Piazza istruita di Formigli, quando per esempio (ricordo personale, a Taranto) indisse un corteo -manifestazione con tanto di manifestini col marchio «Piazza Pulita» e poi lo fece coincidere con la diretta finale, artefacendo e fomentando una realtà cittadina che poi spacciò per reale.
Il pubblico di Piazza Pulita, più che a Formigli, va bene a Urbano Cairo: 45–70enne, politicamente orientato ma disimpegnato (il pubblico, non Cairo) e consumatore di informazione come conferma identitaria per sentirsi dalla parte giusta; per loro Piazza Pulita è un rito di rassicurazione con cattivi riconoscibili e buoni mai davvero messi in crisi.
Gli ospiti più autorevoli girano alla larga (mai visto in studio un presidente del consiglio) ma abbondano pletore di aspiranti parlamentari che si accodano a tutte le trasmissioni e sperano di poter parlare, beninteso se autorizzati a farlo: a chi non è chiaro, perché la Piazza è pulita ma è anche un po’ vuota.
Il carrozzone Piazza Pulita fa meno di DiMartedì, spesso meno di Quarta Repubblica, più o meno come Dritto e Rovescio, infinitamente meno di Otto e Mezzo (che gioca in altra fascia) e però costa più di tutti, giocando in una nicchia larga e fidelizzata che però, come Formigli, si crede qualcosa.