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Giorgia indica l'avversaria: è Elly. Ma Conte reagisce: "Non sceglie lei"

Le parole della premier e la leader dem come interlocutrice. Il "niet" del grillino

Giorgia indica l'avversaria: è Elly. Ma Conte reagisce: "Non sceglie lei"
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Francesco Boccia non lo nasconde. «La Meloni - spiega - ci avrebbe messo in difficoltà con il voto anticipato. Invece, si è blindata per occuparsi di nomine, di potere. Ve lo ricordate il C.A.F., il governo Craxi-Andreotti-Forlani, anche loro nel '91 scelsero quella strada in nome del potere sperando che qualcosa potesse cambiare: il peggior errore che si può fare in politica. L'altro è perdere l'attimo e in politica il tempismo è tutto». Anche un altro piddino ricorda quei tempi, Valter Verini: «È come il C.A.F... Si tennero insieme per gestire il potere. E non capirono che arrivava Tangentopoli e che il Paese li avrebbe cacciati». Sarà una fissazione dell'opposizione ma ieri nel commentare la Meloni si facevano tanti parallelismi con il passato. Anche remoto. «Sembra Fanfani dopo il referendum sull divorzio- spiegava Matteo Renzi tra i saloni di Palazzo Madama - il No la insegue, ma se vincono i No uno dovrebbe dimettersi». E poi una previsione che è una via di mezzo tra il vaticinio e il training autogeno: «È fatta, è fatta basta che non facciamo errori. Lei si è attaccata alla poltrona con il vinavil».

L'errore di non aver fatto le elezioni un anno prima, nel '91, è un cruccio che Bettino Craxi si portò nella tomba. Anche la Meloni è stata tentata dall'ipotesi del voto. Non lo nega. «Sarebbe convenuto - ha osservato davanti al Parlamento - sul piano tattico. Invocare le elezioni per giocare sull'effetto sorpresa e nella peggiore delle ipotesi lasciare ad altri il compito di mettere la faccia sui difficili mesi che arriveranno. Cioè esattamente lo scenario che l'opposizione teme di più, tanto che definisce il governo un pericolo per l'umanità senza invocarne le dimissioni. Ma ci siamo presi l'impegno di governare questa nazione per cinque anni ed è quello che faremo».

Quella della premier è una scommessa. Conta sul fatto che il referendum sia stato una parentesi, che ci siano le condizioni per ripartire «senza alchimie di Palazzo». E punta sul fatto che l'opposizione sia ubriaca di vittoria ancor prima di vincere. Anche qui i paragoni con il tempo andato si sprecano. «Sono euforici e cattivi - è il giudizio di Donzelli di FdI - siamo tornati alla gioiosa macchina da guerra di Occhetto. Non so come finirà: in Italia c'è sempre stata l'alternanza a livello nazionale, ma da dieci anni governatori e sindaci riescono ad avere la conferma». «Scambiano il referendum con le Politiche - è l'impressione del leghista, Romeo - : ricordano l'infortunio di Occhetto. Il vero problema è che abbiamo di fronte una lunga campagna elettorale». Già, l'aria che si respira in Parlamento è elettorale. Un'atmosfera che si coglie nelle parole di sfida di Giorgia Meloni e nei discorsi duri della Schlein e di Conte: «Avete una gran voglia di andare all'opposizione», le ha detto la prima; «la manderemo a casa», gli ha promesso il secondo. Una lunga campagna elettorale, la più lunga di quelle affrontate dal Paese. Il capo dei deputati leghisti, Molinari, che non ama infingimenti, ha addirittura misurato il tempo: «Andremo avanti per un anno e mezzo con il governo». Quindi, ad ottobre del 2027, fino all'ultimo giorno della legislatura.

Una campagna all'insegna della polarizzazione. Ieri la premier ha citato per nome più volte la Schlein, l'ha individuata come competitor. A Conte, invece, ha riservato una lunga serie di frecciate anonime. Al punto che Conte si è risentito: «Lei è confusa»; lei «ha la faccia tosta»; «la sua subalternità a Trump è ignobile»; «farsi firmare la prefazione da Vance è un delitto morale». E poi fuori dall'aula ha scandito: «Non sarà la Meloni a scegliere il candidato del campo largo». Solo che la polarizzazione si porta dietro polemiche al fulmicotone. Anche sul piano personale. Ieri già è stato messo in campo tutto l'armamentario elettorale: Giovanni Donzelli si è dedicato a Conte, pardon «Giuseppi»: «Lei è andato a pranzo con l'inviato di Trump per dire che Giuseppi non è cambiato, che Giuseppi è sempre a disposizione». Poi a proposito del Covid ha tirato in ballo lo studio legale Alpa, quello dove ha lavorato Conte, ha parlato di «percentuali» e di «mascherine». Nulla viene risparmiato. La Meloni ha rinfacciato a Boccia, senza chiamarlo per nome, di aver criticato il suo viaggio nelle monarchie del Golfo via social «da una località esotica». L'altro gli ha inviato un bigliettino: «Hai perso il senso dell'ironia. Marrakesh non è una località esotica. E poi ero alla più importante mostra africana del digitale, la Gitex. Dovevi mandarci un tuo ministro del piano Mattei». Immaginate un'atmosfera del genere per un anno e mezzo.

In una situazione internazionale sempre più tesa. Ieri sono state depositate le nomine. Ma il destino di Cingolani a Leonardo era già segnato. «Non è la politica che giudica un ad - si è rammaricato il ministro Crosetto - ma i numeri e i mercati». Appunto, il potere.

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