Il grande flop dei pm di Brescia. Scarcerati tutti i Serenissimi

Altro che eversione, terrorismo e armi da guerra: a poco più di un mese dalla retata che portò in cella 24 secessionisti l'inchiesta è crollata. Persino il "tanko" era innocuo

Il grande flop dei pm di Brescia. Scarcerati tutti i Serenissimi

Tutti fuori. A 40 giorni dalla clamorosa retata dei 24 secessionisti al prosecco, nessuno di loro è più in cella. L'ultima scarcerazione decisa dal gip è dell'altro giorno: Marco Ferro, di Arquà Polesine, era detenuto a Rovigo. Martedì 20 era stato rimesso in libertà il «serenissimo» Luigi Faccia, l'irriducibile che aveva già partecipato all'assalto del 1997 al campanile di San Marco a Venezia e il 2 aprile scorso, al momento dell'ultimo arresto, si era dichiarato prigioniero di guerra.

Faccia, secondo le ipotesi della procura di Brescia che ha coordinato l'inchiesta, era uno degli ideologi del movimento indipendentista di Veneto e Lombardia orientale. Ferro invece sarebbe una figura di secondo piano del disegno eversivo, avrebbe semplicemente dato una mano a blindare il terribile «tanko», il mezzo d'assalto costruito trasformando una vecchia ruspa. L'uomo ha sempre sostenuto di non aver mai partecipato ad azioni violente e che il «tanko», per il quale ha ammesso di aver realizzato quattro pezzi, era poco più che un carro allegorico che doveva sfilare come una majorette durante manifestazioni pacifiche a sostegno dell'indipendenza veneta. In realtà un altro indagato, Tiziano Lanza, ha ammesso che il blindato doveva essere trasportato in piazza San Marco e restarvi un paio di giorni al massimo, con tre o quattro persone barricate all'interno in grado di muovere il mezzo. L'azione dimostrativa avrebbe fatto diventare l'indipendenza veneta un caso internazionale.

Il blitz del 2 aprile aveva fatto scalpore. Decine di carabinieri dei Ros, i corpi speciali dell'Arma, sguinzagliati ad ammanettare i sovversivi perfino in Sardegna. Tra gli arrestati un ex sottosegretario leghista, Franco Rocchetta, due «serenissimi» reduci del 1997, un manipolo di esaltati, i leader del movimento dei Forconi che l'autunno scorso aveva paralizzato le autostrade del Nord. Pareva fosse un gruppo di fuoco pronto a scendere in armi contro l'Italia unita a bordo del «tanko» su cui stava per essere montato un cannoncino. I «venetisti» avrebbero progettato attentati a tralicci e sedi Equitalia, cavalcando il malcontento popolare. Le ipotesi accusatorie erano pesantissime: associazione a delinquere con finalità di terrorismo, eversione dell'ordine democratico, fabbricazione e detenzione di armi da guerra. Le indagini condotte dalla procura di Brescia erano durate tre anni, un'enormità, con mesi e mesi di appostamenti, registrazioni video, intercettazioni telefoniche: uno spiegamento di forze degno, appunto, di una organizzazione rivoluzionaria. Alcuni degli arrestati, come Rocchetta, un intellettuale capace di sfinirti a colpi di chiacchiere ma non di cannone, erano stati posti in cella di isolamento, tale era la pericolosità di cui erano sospettati.

A nemmeno due mesi dai clamorosi arresti, l'inchiesta bresciana si sta sgretolando. Il tribunale della libertà aveva già ordinato la scarcerazione di molti detenuti, tra cui Rocchetta e Lucio Chiavegato, leader dei Forconi e degli imprenditori della Life: l'accusa di eversione e terrorismo era caduta quasi subito, ed era rimasta soltanto quella di aver realizzato il «tanko». Ora la liberazione di Ferro, per il quale resta soltanto l'obbligo di firma, è stata decisa dal gip di Rovigo su parere favorevole del pubblico ministero. Lo stesso gip, ai primi di maggio, aveva respinto la richiesta del pm che chiedeva il mantenimento degli arresti domiciliari a sei presunti secessionisti concedendo loro il semplice obbligo di firma.

Insomma, l'armata Brancaleone indipendentista non è poi così sovversiva. Le indagini sembrano aver sopravvalutato la loro pericolosità. Dovevano stroncare le velleità separatiste del Nordest, ora potrebbero trasformarsi in un boomerang.

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