Grillo padre padrone pretende dagli eletti dimissioni in bianco

Il comico avrebbe imposto ai candidati in Sicilia un congedo prefirmato e lo stipendio dimezzato

Grillo padre padrone pretende dagli eletti dimissioni in bianco

Non ancora eletti e già dimissionari. I grillini candidati alle elezioni regionali in Sicilia si trovano in una situazione pirandelliana: ignorano se riusciranno a mettere piede a Palazzo dei Normanni ma sanno già che, se ci riusciranno, dovranno stare sempre sul chi-va-là: hanno infatti firmato un documento con cui, nel caso di elezione, rimettono «in bianco» il loro mandato. Una pratica abituale nel Movimento 5 Stelle, che però fino a qualche tempo fa aveva un tratto episodico, quasi folcloristico. Ora che i grillini rischiano di sbancare alle elezioni siciliane, il rischio però è quello di trovarsi un'assemblea regionale piena di consiglieri (o meglio di deputati, come si chiamano colà) seduti su uno scranno che scotta più di un arancina appena fritta.

Le dimissioni in bianco sono uno dei principali meccanismi su cui si incardina il loro concetto di democrazia diretta. «Noi - fanno sapere dal Movimento 5 Stelle - non abbiamo mai parlato di dimissioni in bianco. I candidati hanno periodicamente facoltà di rimettere il mandato nelle mani degli elettori, nel corso di riunioni pubbliche che si concludono con una votazione, abbiamo fatto firmare un impegno a rispettare questa regola da parte dei candidati del Movimento 5 Stelle». Insomma, gli eletti due volte l'anno possono ricevere il pollice verso e tornare a casa se non vanno a genio a chi li ha votati. Un principio anche giusto, in teoria. Conoscendo però l'ascendente che Beppe Grillo e il suo guru Gianroberto Casaleggio vantano sul popolo five stars, ben si capisce come l'impegno a sottomettere la prosecuzione del proprio mandato all'assemblea pubblica equivalga di fatto al consegnarsi anima e corpo al proprio padre-padrone, che ha sui suoi uomini potere di vita o di morte. Politica, s'intende.

La pratica ha messo in allarme anche i radicali, che vedono a rischio l'articolo 67 della Costituzione, quello che così recita: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Ciò vuol dire che il rapporto che lega eletto ed elettore non assomiglia in nessun modo a un contratto, la cui violazione possa essere in qualche modo perseguita. «Se domenica prossima fossi in Sicilia a monitorare le elezioni per conto dell'Osce dovrei segnalare una grave violazione della Costituzione italiana da parte del Movimento 5 stelle. Mi riferisco all'annuncio che Grillo ha imposto a tutti i suoi candidati di firmare le dimissioni in bianco dal ruolo di consigliere regionale. Si tratta di una pratica che la Corte europea dei diritti dell'uomo ha già condannato e che lede il diritto indisponibile di ogni eletto a esercitare pienamente e liberamente il proprio mandato elettorale. Inoltre faccio notare come il sedicente nemico della partitocrazia mette così ancora più potere nelle mani dei partiti e non dei cittadini», dice il deputato radicale e presidente della commissione Diritti umani dell'Osce Mario Mecacci, il cui cognome appare peraltro assai appropriato al tema.

Oltre alle dimissioni prefirmate, i candidati grillini all'Ars hanno dovuto sottostare anche al taglio forzoso dell'eventuale appannaggio, che non potrà eccedere i 5mila euro lordi al mese, pari a circa 2500 euro netti. La parte non riscossa, precisa il Movimento 5 Stelle, non andrà al partito, ma sarà restituita al mittente, la Regione Sicilia. Una trovata, questa, che non lede alcun diritto costituzionale, ma solo le tasche dei futuri deputati siciliani di Grillo.

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