È sempre “über alles”: la Germania detta la sua legge e ci tiene in ostaggio

Il processo alla Bce in corso a Karlsruhe dimostra che le regole non sono uguali per tutti: l'euro serve solo agli interessi di Berlino

Ma non ci avevano raccontato che la Bce era indipendente da tutto e da tutti? Ma non ci avevano fatto lezioni sulla «necessaria» perdita di sovranità? E allora che cosa si sta decidendo a Karlsruhe? Come mai Bce e Bundesbank sfilano davanti a giudici in toga rossa sperando in un via libera ad operazioni di acquisto titoli peraltro finora solo annunciate, facendo tremare i mercati e salire lo spread? Semplice: la legge europea non è uguale per tutti. La costruzione dell'euro e dell'Unione europea è stata funzionale a servire esclusivamente (...)

(...) gli interessi tedeschi. E di questi noi, come molti altri europei, siamo costretti a vivere in ostaggio. A maggior ragione adesso che, in Germania, è tempo di campagna elettorale.
Gli altri Stati, Italia in primis, hanno sempre e solo lasciato correre, non si sa se per ignoranza, miopia o connivenza. Germania e Francia sforarono subito dal primo anno di partenza il «sacro» parametro del rapporto debito su Pil previsto dagli accordi di Maastricht: punizioni? Nessuna. Romano Prodi stesso lo ha raccontato in una recente intervista: lui, all'epoca presidente della Commissione europea, provò a protestare e gli venne detto testualmente: «Chiudi il becco, su questa cosa comandiamo noi». Ci vuole coraggio anche solo a raccontare una cosa del genere, se pur dieci anni dopo. E come mai i «virtuosi» tedeschi all'epoca sforarono i parametri? Anche questa è storia: la Germania interpretò da subito l'Europa in senso competitivo mentre gli ingenui italiani si cullavano in un sogno collaborativo. In pratica mentre ci avevano fatto credere che l'Unione europea fosse una squadra, i tedeschi hanno capito subito che l'unica cosa che contava era la classifica dei marcatori e i gol valevano sia se venivano segnati alla Cina (nessuno), sia ai compagni di squadra europei (goleada).
Il tasso di cambio fisso garantito prima dallo Sme e poi dall'euro era utile solo agli interessi del Paese più forte esportatore e molti osservatori ed economisti lo fecero notare sin da subito, scuotendo la testa di fronte alla smania dell'Italia di entrare in una vera e propria trappola. Ebbene, una volta ottenuta la fissazione del cambio grazie all'euro, la Germania iniziò subito riforme del lavoro costose e non collaborative (funzionano cioè solo se gli altri non fanno lo stesso) per aumentare ulteriormente il proprio vantaggio competitivo nei confronti dei partner europei rimasti ormai senza difese. Le riforme Hartz miravano a comprimere il costo del lavoro consentendo alle industrie licenziamenti facili a fronte di un sussidio di disoccupazione. In pratica un aiuto statale dissimulato per consentire alle imprese di competere. Ecco come mai il rapporto debito-Pil della Germania saliva mentre quello della periferia (compreso il nostro) virtuosamente scendeva. Credendo di inseguire i falsi valori dell'austerità, l'europeriferia tirava i remi in barca, mentre al di fuori delle regole la Germania spendeva e sgomitava per mettere le proprie imprese in prima fila e schiacciare la concorrenza.
Una norma dava fastidio? Semplice, la si cambiava e la si adattava alle proprie esigenze. Mentre la contabilità creativa di Tremonti agli inizi degli anni Duemila veniva bocciata senza pietà, si consentiva alla Kfw (la Cassa depositi e prestiti tedesca) e alle altre casse di sostegno di assorbire enormi debiti non registrati nella contabilità nazionale, ad oggi pari a più di 750 miliardi. Se questi debiti venissero consolidati il rapporto debito-Pil della virtuosa Germania non sarebbe molto diverso da quello dell'Italia sprecona. La matematica non è un'opinione, ma l'euroragioneria sì, e l'unica opinione che conta è quella di Berlino.
Risultato di tutto ciò? Quasi 2mila miliardi di surplus commerciale accumulati dalla Germania a fronte di un deficit simmetrico subito dalla periferia. Ovviamente anche questo era proibito dallo spirito dei trattati, che imponevano la minimizzazione degli squilibri tra le bilance commerciali dei paesi dell'eurozona. Pazienza. L'elenco sarebbe lungo: la decisione di imporre perdite ai titoli di Stato greci? Un invito a vendere i titoli della periferia per comprare quelli tedeschi. Cipro? Un messaggio chiaro: le banche in paesi «affidabili» sono più sicure, altrove si rischia. Alla fine la regola è semplice: se qualcuno ha ceduto sovranità vuol dire che qualcun altro ne ha conquistata di più e basta l'immagine dei rossi giudici di Karlsruhe per capire chi è. Qualsiasi cosa dovessero decidere.

segue a pagina 3

Verlicchi a pagina 3

di Claudio Borghi Aquilini

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