Rido in faccia a chi ci ha spiegato che il problema del mondo era l’Ice. Eccolo a Torino, il problema vero: è quel martello usato per menare la polizia. Finora ne avevamo parlato solo quando Ilaria Salis fuggì dal suo processo. Ma il martello - e la falce che lo arma sono il frutto del silenzio della sinistra davanti ai violenti. Almeno fino a ieri, anche se io non credo a una vera presa di distanza dai nuovi terroristi, che ai sanpietrini aggiungono Allah e il Corano alla garibaldina. Il grido dell’imam Baya tra i boati delle bombe carta ci spiega che quella piazza di guerriglieri rossi sarebbe l’Italia migliore. Quando invece sono solo criminali sgomberati da Askatasuna, che invadono Torino come simbolo della loro marcia su Roma, in una rivolta contro la democrazia. Siamo agli albori del fascismo rosso. Con la borghesia chic che ammicca a questi giovanotti per darsi un tono. Le prove generali della guerriglia per destabilizzare il governo parlano arabo. Perché l’islamismo radicale è il nuovo collante fra autonomi, ex Br e rivoluzionari di sinistra che ormai dettano l’agenda politica di Pd, Avs e M5S. Il tutto mentre il loro guru, Mohammad Hannoun, in carcere perché finanziatore di Hamas, fa il martire, aizzando la piazza rossa come già l’anarchico Cospito. Intanto in quella piazza si infiltrano veri miliziani, e le forze dell’ordine lo sanno. Sanno che le provocazioni sono studiate perché ci scappi il morto: qualcuno vuole una piazza Alimonda nell’era della jihad, il vero salto di qualità.
Perché se a processo ci vanno i carabinieri del caso Rami e se la Guardia costiera è alla sbarra perché rischia la vita per salvare i migranti che alimentano le casse di Coop, Ong e scafisti vuol dire che qualcosa non va. E bisogna mobilitarsi. Prima che sia troppo tardi.