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Informazione, politica e salute: le riflessioni del prof Giampiero Avruscio alla festa dei lettori

Dalla proposta di nuovi benefit per medici e infermieri alla critica verso l'assistenzialismo ideologico: la visione di Giampiero Avruscio per una sanità moderna

Informazione, politica e salute: le riflessioni del prof Giampiero Avruscio alla festa dei lettori

Alla festa dei lettori de il Giornale abbiamo incontrato il professor Giampiero Avruscio, primario dell'unità complessa di Angiologia presso l'ospedale di Padova. Con lui abbiamo chiacchierato del Giornale, di politica e di sanità, con interessanti spunti di riflessione offerti dal professore.

Professore, lei ricopre ruoli importanti sia in ambito medico che politico a Padova. Chi è Giampiero Avruscio oggi?

Sono un medico, direttore dell'Unità Operativa Complessa di Angiologia dell'Ospedale Università di Padova. Sono anche presidente dei Primari di Padova e segretario di Forza Italia della città di Padova. Sono un lettore assiduo del Giornale da tantissimi anni e avendo fatto anche dieci anni come consigliere comunale, il Giornale per me è sempre stato una guida.

Perché ha scelto proprio questo quotidiano come riferimento?

Perché è una voce libera e indipendente, con un impegno di tipo liberale che ha sempre guardato al futuro con una prospettiva che altri giornali effettivamente non avevano. Ho sempre letto i punti di vista espressi su queste notizie perché mi guidavano in alcune scelte, dandomi quel substrato informativo utile per la mia attività. Non è stato facile mantenere questa linea, perché viviamo in un tipo di informazione che è tutt'altra cosa. Ho sempre ammirato questo coraggio.

Nel corso degli anni ha notato cambiamenti o evoluzioni nel giornale?

Si è mantenuto sempre coerente, ha mantenuto la linea impressa dal suo fondatore, Indro Montanelli. È un giornale che ha avuto continuità nonostante il tempo passato, altri hanno cercato di somigliargli proprio perché ha saputo squarciare il velo. Dà voce a chi non ne ha.

Cosa ne pensa del modo in cui viene raccontata l'attualità politica oggi?

Quando succede qualcosa nel centrodestra, vediamo tutta una certa stampa e televisione scendere in piazza in modo ideologico. Quando invece escono notizie scomode per altre aree, come abbiamo visto recentemente, tendono a nasconderle. Per fortuna che c'è il Giornale, altrimenti rimarremmo senza un'informazione indipendente utile per farsi un'idea propria. È giusto avere voci contrapposte, mentre oggi molta stampa è omologata. Con internet si leggono solo i titoli, ma il Giornale ti dà di più, ti restituisce il gusto di leggere l'articolo.

Qual è il suo giudizio sull'operato del governo Meloni, in particolare sui temi a lei cari?

Finalmente, attraverso questa coalizione che, pur con i suoi diversi punti di vista, procede compatta, si va avanti per una strada precisa nonostante i contrasti. Lo abbiamo visto sull'immigrazione e su molti altri aspetti. Il gradimento delle persone è in crescita mentre l'opposizione, in mancanza di contenuti, ricorre alla denigrazione, un'arma usata dai tempi di Berlusconi. Lo vediamo anche sulla riforma della magistratura: dicono il falso sostenendo che i giudici verrebbero sottomessi al potere politico, quando invece è la magistratura attuale a essere spesso succube delle correnti politiche. Grazie a un'informazione libera queste cose si possono dire.

Consideriamo una visione d'insieme nel suo ambito. Come valuta l'attuale sistema sanitario italiano e le sue differenze regionali?

Il fatto che la nostra sanità sia universalistica è un vantaggio e un patrimonio; la salute è un bene primario e come tale è considerata anche dalla Costituzione. Tuttavia, in Italia abbiamo tante sanità diverse. La gestione è regionale e, sebbene i fondi siano nazionali, la destinazione e l'organizzazione cambiano sensibilmente. Vediamo disparità enormi tra il Sud e il Nord che non dipendono necessariamente dalla forma di governo. Pensiamo al Trentino-Alto Adige e alla Sicilia: sono entrambe Regioni a statuto speciale, eppure il funzionamento della sanità è completamente diverso. Questo significa che oltre alla forma contano le persone, i meccanismi, la storia e la cultura locale.

Quali sono le sfide principali?

Io vivo in Veneto, una regione dove la sanità è tra le migliori. Tuttavia, in tutta Italia soffriamo per la gestione della cronicità dovuta all'invecchiamento della popolazione e alla denatalità. La nostra sfida è accompagnare queste persone affinché non siano sole quando devono programmare visite o esami. In ospedale esiste il case manager che segue il paziente in ogni fase: questa figura deve essere portata anche sul territorio per garantire una vera presa in carico. Purtroppo il sistema si è incancrenito negli anni: oggi i medici operano con contratti diversi a seconda che siano di medicina generale, specialisti o dipendenti ospedalieri. Serve una riforma strutturale, un contratto unico e una collaborazione con il privato convenzionato che integri il pubblico senza sostituirlo.

Qual è, a suo avviso, l'errore strutturale più evidente nell'organizzazione dei nostri ospedali?

Abbiamo ancora una visione "ospedalocentrica". L'ospedale rimane l'unico punto di riferimento: per ogni dolore o problema di salute il cittadino va lì. Manca quel filtro territoriale che è stato pensato ma che non funziona. L'abbiamo visto con il Covid: l'emergenza è stata risolta quasi esclusivamente dall'ospedale pubblico e da poche strutture accreditate. Questo comporta che il pronto soccorso venga preso d'assalto anche per casi non urgenti. L'urgenza dovrebbe riguardare solo chi è in pericolo di vita, invece oltre il 90% degli accessi sono codici bianchi che si potrebbero risolvere sul territorio.

Il territorio però sembra ricco di professionisti. Perché questa rete non riesce a fare da filtro?

La ricchezza di professionisti c'è: medici di medicina generale, specialisti ambulatoriali, pediatri, guardie mediche e case di cura accreditate. Il problema è che non sono organizzati per garantire continuità tra territorio e ospedale. Si è perso il rapporto con il territorio; un tempo il medico curava la famiglia a casa. Oggi anche la guardia medica ha cambiato funzione e la gente, sapendo che spesso non trova risposte, bypassa tutto e va direttamente in ospedale. Questo genera spese infinite, malcontento e un nervosismo che sfocia persino in aggressioni al personale.

A proposito di personale, stiamo assistendo a una vera e propria fuga di medici. Cosa sta succedendo?

I nostri medici sono preparatissimi, ma fuggono all'estero. In Germania, Austria o Inghilterra è pieno di professionisti italiani. C'è un problema di valorizzazione e di qualità della vita. Fare il chirurgo o il medico d'urgenza costa fatica e anni di studio, ma oggi la società sembra valorizzare più chi partecipa a un reality show. Se lo Stato non mette al centro la salute come bene primario, i giovani non saranno più attratti da questa professione. Un infermiere che guadagna 1.500 euro al mese lavorando a Natale e Pasqua deve essere sostenuto con benefit concreti: asili nido negli ospedali, sgravi fiscali, supporto per l'abitazione. Dobbiamo creare un "alone" di protezione e prestigio attorno a chi lavora in sanità e nella scuola, i due pilastri della società.

Cosa si sta facendo per trattenere i medici negli ospedali?

Mi sembra che questo governo stia lavorando bene, con gli aumenti per medici e infermieri. C'è una proposta di legge positiva che permetterebbe ai medici ospedalieri di lavorare privatamente in altre strutture al di fuori dell'orario di servizio. Questo potrebbe fermare la fuga verso l'estero. Abbiamo ottimi medici e una formazione d'eccellenza, bisogna rendere l'ospedale attrattivo per i giovani laureati e farli rimanere qui, non farli andare via per poi sperare che ritornino.

Cosa si può fare concretamente?

Dobbiamo studiare dei benefit: se non posso aumentarti lo stipendio, devo farti pagare meno tasse. Penso ad asili nido interni agli ospedali per chi ha famiglia, o a vantaggi simili a quelli che avevano i militari, come le case vacanze o il supporto per l'abitazione e i libri per i figli. Bisogna costruire un "alone" di benefici intorno a chi lavora in sanità e nella scuola, i due pilastri della società. Anche agli specializzandi va data una gratifica economica seria: non è possibile che un ragazzo fuori sede spenda tutta la borsa di studio solo per l'affitto. Se non aiutiamo le famiglie, perdiamo giovani validi che non possono permettersi di studiare medicina.

Cosa vuol dire superare la "logica degli orticelli"?

Oggi ogni categoria — medici di base, specialisti, dipendenti — ha un contratto diverso e ognuno difende il proprio interesse. Così si perde di vista il paziente. Diciamo che il paziente è al centro, ma nella realtà è lui che deve girare intorno al sistema, portando sulle proprie spalle l'onere di prenotare esami e visite. La vera riforma è la "presa in carico": serve che qualcuno guidi il paziente, specialmente se anziano o cronico, attraverso un percorso diagnostico-terapeutico coordinato. È il concetto di case manager ospedaliero trasferito sul territorio.

Questa riorganizzazione avrebbe dei costi sostenibili?

Ci farebbe risparmiare e ottimizzare le risorse. Se io, per assurdo, faccio mille ecocolordoppler in un giorno posso sembrare efficiente, ma se novecento sono inutili ho solo sprecato risorse. La presa in carico serve a decidere cosa è davvero necessario. Questo agisce sulla prevenzione e riduce le liste d'attesa.

Ci sono alcune stortura burocratiche che possono essere risolte?

Ci sono assurdità incredibili: un medico appena laureato può avere subito 800 pazienti dopo un corso regionale di tre anni, mentre uno specialista in medicina interna con cinque anni di specializzazione non è ritenuto idoneo a fare il medico di base. O ancora, io che sono specialista e ho creato l'angiologia a Padova, se volessi lavorare sul territorio come specialista ambulatoriale, non avrei i crediti necessari. Sono chiusure burocratiche che vanno spezzate con coraggio.

Dobbiamo valorizzare i nostri talenti, medici e OSS, invece di "regalarli" all'estero dopo aver speso 200.000 euro per la loro formazione. Non dobbiamo inventarci modi per farli tornare, dobbiamo fare in modo che non partano.

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