Kyenge anti retorica: «Non sono di colore, fiera di essere nera»

Kyenge anti retorica: «Non sono di colore, fiera di essere nera»

RomaLe offese, il rifiuto, l'intolleranza, continuano ad affiorare: sui social network, in una parte della Lega Nord. Persino un sacerdote si è scagliato contro la ministra che arriva dall'Africa. Ma l'Italia non è così, non è questa. «E io non sono di colore, sono nera, lo dico con fierezza».
Cécile Kyenge, neoministro dell'Integrazione, medico oculista, nata in Congo ma emiliana a tutti gli effetti, ha commenti dolci per gli italiani e le spalle larghe. Non la si chiami «ministra di colore», quella sì quasi è un'offesa. Dopo che sui muri sono state scritte parole oltraggiose, e qualche voce isolata della Lega (Mario Borghezio in primis) le ha chiesto di tornarsene al suo Paese, lei protesta anche contro l'iperintegralismo. Si utilizzino le parole giuste. Sono le parole imprecise a ingigantire le diversità. «Sono nera», dice Cécile, punto e basta. Con fierezza. E il governo, le scrivono Enrico Letta e Angelino Alfano in un comunicato congiunto da Palazzo Chigi «è fiero di averla» nella sua squadra. Le ministre del Pdl De Girolamo e Lorenzin le hanno espresso solidarietà pubblica.
Ma adesso ci sono i programmi. Cécile Kyenge non vuole fare rivoluzioni, ma l'idea di un forte cambiamento c'è. Sui tempi di trattenimento degli immigrati irregolari nei Cie, per esempio: «Non si possono trattenere 18 mesi le persone perché non hanno un documento. Ci sono molte cose che vanno cambiate». Un'altra questione: l'assegnazione della cittadinanza per ius soli, ai figli degli immigrati che nascono in Italia. È un'idea che Kyenge rivendica, ma a patto che sia condivisa con gli altri ministri: «Certo bisogna dare risposte ai tanti figli di stranieri che nascono e crescono in Italia e non si sentono né italiani né del Paese di origine dei loro genitori. Ma le cose si possono cambiare senza urlare». Nel governo «ci sono forze politiche diverse dalla mia come ad esempio il Pdl o Scelta civica, dobbiamo cercare un terreno condiviso, s'intende sempre nel rispetto dell'altro, senza mai offendere». E comunque questa non è la patria dell'intolleranza: gli insulti «sono solo una minoranza - precisa pacata la ministra - l'Italia non è un Paese razzista. L'Italia ha una cultura dell'accoglienza ben radicata, ma c'è una non conoscenza dell'altro, non si capisce la diversità è una risorsa».
Ieri la neoministra ha incassato anche la difesa di Roberto Maroni, molto critico con Borghezio: «Si può essere d'accordo o no con il governo, ma queste affermazioni non mi piacciono, non ha senso farle, perché si prestano solo a critiche senza alcun vantaggio». La dirigenza padana scarica gli anti-Kyenge. Ma un altro leghista, Erminio Boso, ex senatore, dai microfoni de La Zanzara su Radio24 ha gridato allo scandalo: «Sono razzista. Non l'ho mai negato. Il ministro Kyenge deve stare a casa sua, in Congo. Dovrebbe dirci come è arrivata in Italia. Io non mi farei mai curare da lei». E in Sardegna ha scatenato furiose polemiche una frase scritta su Facebook dal parroco di Lotzorai, don Alessandro Loi: «C'era proprio bisogno di un ministro di colore?». Intervistato da Videolina, il sacerdote precisa: «Non sono razzista, ma ritengo la scelta inopportuna».

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