L’idea delle opposizioni ossia della sinistra è fissa: la spallata al governo Meloni. Il governo della destra – «delle destre», nel linguaggio volutamente ideologizzato dai rivoluzionari della domenica – ancora non c’era e già lo delegittimavano per provocarne la futura e sperata caduta. Hanno usato tutto per togliere Giorgia Meloni da Palazzo Chigi ispirandosi alla massima «il fine giustifica i mezzi». Quindi, avanti con l’Europa, Trump, Gaza e ogni volta, però, hanno fatto la fine dei pifferi di montagna che andati per suonare sono stati suonati. Perché per fortuna in questo disgraziato Paese esiste ancora una maggioranza silenziosa fedele ai fondamentali della democrazia liberale.
Il governo Meloni è stato sempre dipinto come anti-europeista e, invece, oggi l’Europa inizia ad avere un diverso profilo proprio grazie al contributo del governo italiano e gli anti-europeisti albergano a sinistra. Hanno presentato il presidente americano a metà strada tra un orco e un pagliaccio pretendendo un giorno sì e l’altro pure che la politica estera italiana, che è storicamente legata all’America, cambiasse buttando a mare ottant’anni di Storia: l’atlantismo, che va rivisto ma non buttato nell’oceano. Hanno usato Gaza blaterando di genocidio e di complicità in genocidio senza vergognarsi di cadere nel più vergognoso e organizzato sentimento antisemita.
Ogni volta – ma facendo pagare un alto prezzo sociale al Paese con la guerriglia urbana e con la strumentalizzazione della gioventù – hanno fatto cilecca.
Perché? Perché alla fine le finzioni soccombono davanti alla realtà. E mentre Giorgia Meloni fa politica, loro fingono di farla puntando tutte le loro carte unicamente sull’accusa di fascismo per cercare di conservare il primato morale dell’antifascismo comunista. Un’operazione nostalgia che condanna l’Italia intera a non uscire mai dall’eterno dopoguerra e a non diventare mai e poi mai una moderna e matura democrazia dell’alternanza. In questo clima, che si porta dentro il veleno di una cultura politica totalitaria, il referendum sulla giustizia poteva non diventare l’ennesimo tentativo di dare una spallata al governo Meloni?
Il clima da guerra civile che è stato creato intorno al referendum – chi vota No è perbene, chi vota Sì è mafioso, chi vota No è antifascista, chi vota Sì è fascista, chi vota No difende la Costituzione, chi vota Sì la cancella, chi vota No difende l’indipendenza della magistratura, chi vota Sì vuole sottomettere la magistratura – ha come obiettivo da un lato la perenne demonizzazione della destra e il tentativo di far cadere il governo e dall’altro la difesa dei privilegi corporativi. E siccome la realtà può essere manipolata ma fino a un certo punto, accade che quando quel punto arriva la realtà si capovolge. Chi vota No, infatti, difende proprio una norma inquisitoriale – tecnicamente inquisitoriale – del regime fascista e lo fa dando continuamente del fascista al governo che riforma in senso liberale e in linea con la Costituzione e il codice Vassalli l’ordinamento giudiziario. È chiaro, dunque, che in Italia abbiamo un enorme problema con la cultura comunista dell’antifascismo illiberale che è come il bue del detto popolare che dà del cornuto all’asino. Delle due l’una: o sono antifascisti e allora devono votare Sì perché la norma che si riforma è fascista o sono illiberali e allora è coerente che votino No e difendano una norma inquisitoriale.