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L’ultima dei pacifisti di casa nostra: soldi delle munizioni per gli affitti

Il M5s e i sindacati sfruttano la protesta per attaccare il leader ospite

L’ultima dei pacifisti di casa nostra: soldi delle munizioni per gli affitti

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Tra i tanti problemi che ha Volodymyr Zelensky, oggi in Italia per incontrare il Papa e il premier Meloni, probabilmente non ha pensato a quello del caro-affitti per gli studenti fuori sede. In effetti il collegamento tra la guerra in Ucraina e gli alloggi degli universitari italiani non è immediato. Eppure è lampante per il fronte pacifista tricolore. Come si possono aiutare gli studenti alle prese con canoni troppo alti?
Semplice, basta non inviare armi a Kiev. Tra i primi a sostenerlo c’è il Movimento Cinque Stelle. Il leader grillino Giuseppe Conte, che si contende l’elettorato arcobaleno con il Pd di Elly Schlein, l’ha spiegato tra le tende delle matricole fuori dalla Sapienza a Roma. Invece di utilizzare i fondi europei per la difesa e per il supporto militare di Kiev, si dovrebbero usare «per rimpinguare il fondo per sostenere gli affitti degli studenti che vanno all’università», dice il leader M5s. L’Usb (Unione sindacale di base) va anche oltre e spiega che senza aiuti militari all’Ucraina non solo gli studenti pagherebbero affitti più bassi ma persino gli stipendi aumenterebbero miracolosamente (infatti lo sciopero generale convocato per il 26 maggio sarà al grido «Abbassate le armi, alzate i salari!»). È l’ultima novità della galassia «pacifista», un fronte molto variegato nel quale si nascondono anche la sinistra radicale anti-Nato e anti-Usa, riciclatisi come fautori del disarmo.
Dentro c’è la sinistra di Fratoianni e i Verdi di Bonelli, rappresentati da una piccola pattuglia di parlamentari. Nei giorni scorsi hanno organizzato un seminario «La forza della pace-Autonomia e futuro dell’Europa». Utilizzare i fondi del Pnrr per «implementare la produzione di armi è la vergogna di questa Europa», ha affermato invece l’ex deputato Nichi Vendola, che ha attaccato duramente il governo perchè «felice di questa scelta». «La parola pace sta assumendo un significativo rivoluzionario», ha detto invece Michele Santoro, per il quale l’informazione dovrebbe smettere di «tacere, star zitta, di avvolgere le nostre iniziative nel silenzio». «Siamo alla distorsione e alla distrazione di risorse in senso bellico», ha detto Marco Tarquinio, ex direttore di Avvenire, fatto fuori dal quotidiano della Cei anche per le posizioni troppo filo-grilline. Sulla stessa linea è l’Anpi, che però si aspetta dalla Shlein che superi «l’interpretazione ambigua delle sue parole», cioè che si schieri apertamente per il no alle armi all’Ucraina, mentre finora ha sempre oscillato tra due posizioni opposte, espresse in momenti diversi, dal «la pace non si fa mai con le armi» al voto in Parlamento per la proroga alla fornitura di armi all’Ucraina. La leader Pd non si è quindi potuta spingere, come invece può fare Conte, a teorizzare l’alternativa tra l’appoggio all’Ucraina e gli aiuti agli studenti fuori sede.
Va detto che è la stessa opinione pubblica ad essere divisa.
L’Italia che raggiunge oggi il premier ucraino è un paese in cui circa la metà delle persone ritiene sbagliato che l’Italia fornisca armamenti in un conflitto che non la riguarda direttamente e che però ha ripercussioni economiche anche pesanti (il costo del gas lo scorso inverno). Secondo una rilevazione del network Euroskopia su un campione rappresentativo (9mila soggetti) della popolazione di nove paesi Ue, l’Italia insieme alla Grecia è il paese con la percentuale maggiore (46%) di cittadini contrari all’invio di armi a Kiev.

E più tempo passa dall’inizio della guerra, più aumenta lo scetticismo.

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