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La Salis e la bandiera titina, quell’oltraggio alla nazione nel silenzio della sinistra

Le foibe sono un monumento nazionale e il 10 febbraio si celebra il Giorno del Ricordo per tutte le vittime di quella che Mattarella ha definito “spietata stagione di violenza contro gli italiani”

"Il giustificazionismo cresce ancora. Lo dobbiamo estirpare con la cultura"

Per troppo tempo le foibe sono state dimenticate, volutamente allontanate dai ricordi degli italiani, come a voler cancellare la vergogna di quella parentesi ignobile per il Paese, che ha portato alla morte di migliaia di persone. Ma, cosa ancora più grave, esiste una fetta di Paese, che vive a sinistra e che ama definirsi come la parte democratica dell’Italia, che continua a minimizzare, se non a negare la tragedia delle foibe, inneggiando perfino a chi ne è stato artefice.

Ilaria Salis, sabato, era in piazza con loro: si è presentata davanti al centro sociale Lambretta, dove la Lega aveva organizzato una manifestazione per chiederne la chiusura, ed è rimasta tra chi sventolava la bandiera col tricolore e la stella rossa al centro, che troppi infausti ricordi evoca a chi conosce la storia. O a chi, comunque, la rispetta. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, e soprattutto nella primavera del 1945, quando i partigiani jugoslavi di Tito occuparono le zone tra il Friuli-Venezia Giulia, l’Istria e le aree circostanti sotto quella stessa bandiera, uomini e donne venivano catturati, legati, a volte torturati, le donne brutalmente violentate, anche fucilati sul bordo della cavità e poi spinti giù. In certi casi le vittime erano legate in fila: si sparava ai primi e il peso dei corpi trascinava gli altri nella caduta. Chi non moriva sul colpo restava agonizzante sul fondo, tra i cadaveri, nell’oscurità, fino a morire per inedia. Le loro grida si udivano fino ai villaggi a volte ma i corpi rimanevano lì, spesso irrecuperabili, per via del territorio insidioso e delle cavità irraggiungibili. Non era solo un metodo di eliminazione: era un modo per far sparire le persone, per cancellarne anche la memoria fisica. Oggi, la Foiba di Basovizza e la Foiba di Monrupino sono un monumento nazionale che ricorda a tutti cosa è stato capace di fare il regime di Tito in Italia, sono simboli della barbarie umana per evitare che il Paese progredisca sotto il peso di una memoria selettiva.

Il Giorno del Ricordo si celebra ogni anno il 10 febbraio: è una solennità civile, una festa nazionale istituita per “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. E Ilaria Salis, non dissociandosi da quella bandiera, non ha solo offeso la memoria delle migliaia di vittime infoibate e delle loro famiglie, ha oltraggiato lo Stato italiano perché ha scelto di stare dalla parte di chi ancora oggi sventola i simboli del regime titino. E questo non è antifascismo. È l’incapacità, o il rifiuto, di fare i conti con tutte le forme di totalitarismo del Novecento, la pretesa di conservare intatto un racconto selettivo della storia. Tutto questo nel silenzio della sinistra, che non ha avuto il coraggio di alzare la voce per dissociarsi o per stigmatizzare quanto accaduto davanti al centro sociale dove, per altro, c’erano anche esponenti del Pd milanese.

“In quella zona a Oriente, così peculiare, dove, a fasi alterne, si erano incontrate, convivendo, comunità italiane, slave, tedesche e di tante altre provenienze, la violenza prese il sopravvento, trasformandola in una terra di sofferenza”, ha dichiarato il Presidente Sergio Mattarella nel suo discorso del 2025 in occasione del Giorno del Ricordo, sottolineando a imperitura memoria che “nelle zone del confine orientale, dopo l’oppressione fascista, responsabile di una politica duramente segregazionista nei confronti delle popolazioni slave, e la barbara occupazione nazista, si instaurò la dittatura comunista di Tito, inaugurando una spietata stagione di violenza contro gli italiani residenti in quelle zone”. E di quella stagione, ha ammonito Mattarella, “contrassegnata da una lunga teoria di uccisioni, arresti, torture, saccheggi, sparizioni, le Foibe restano il simbolo più tetro. E nessuna squallida provocazione può ridurne ricordo e dura condanna”. Il regime di Tito e la paura di essere perseguitati, costrinse gli italiani di Istria, Dalmazia, Fiume ad andare via, un esodo che li condusse in territori dove, però, trovarono “soprattutto diffusa indifferenza, diffidenza. Financo ostilità da parte di forze e partiti che si richiamavano, in Italia, alla stessa ideologia comunista di Tito”.

Forze e idee di partiti scomparsi che, evidentemente, continuano a camminare sulle gambe dei loro eredi che ancora ne sventolano le bandiere. “In generale, la loro tragedia, di cui portavano intimamente le cicatrici, fu sottovalutata e, talvolta, persino, disconosciuta. Il mancato riconoscimento fu, per molti, una pena inattesa e dolorosa. L’istituzione del Giorno del Ricordo, votata a larghissima maggioranza dal Parlamento italiano, ha contribuito a riconnettere alla storia italiana quel capitolo tragico e trascurato, a volte persino colpevolmente rimosso. La memoria storica è un atto di fondamentale importanza per la vita di ogni Stato, di ogni comunità. Ogni perdita, ogni sacrificio, ogni ingiustizia devono essere ricordati”, ha proseguito Mattarella in quell’occasione, sottolineando che “troppo a lungo ‘foiba’ e ‘infoibare’ furono sinonimi di occultamento della storia”. La memoria delle vittime, è stato il monito del presidente della Repubblica, “deve essere preservata e onorata. Naturalmente – dopo tanti decenni e in condizioni storiche e politiche profondamente mutate – perderebbe il suo valore autentico se fosse asservita alla ripresa di divisioni o di rancori”. Eppure, a 80 anni di distanza da quei fatti, è ancora così. E ci sono rappresentanti delle istituzioni che non prendono nemmeno le distanze da chi celebra quel regime di terrore.

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