Non ci sono mai piaciuti i fact checker. I maestrini con la matita rossa.
I puri del giornalismo che vanno a caccia di fake news. Spacciati per cavalieri della verità, molti di loro non sono altro che censori. Ci dicono cosa ha diritto di essere pubblicato e cosa no. Appiccicano bollini, inseriscono alert, alcuni hanno finanche l’autorità di decidere chi oscurare.
Non abbiamo mai capito da dove gli arrivi tanto potere né chi li abbia incoronati. Sono controllori senza controllore. Sono l’ultimo (forse l’unico) grado di giudizio. Non ammettono alcuna forma di ricorso. Sono una sorta di patibolo pubblico, una gogna culturale universalmente accettata e mai messa in discussione, anzi ammantata da un’aurea di santità. Alcuni social se ne servono per giustificare la propria scure. Altro che free speech. Come a dire: siete stati analizzati da un comitato di esperti che vi ha giudicati indegni di parola.
Non ci sono mai piaciuti questi soggetti, lo abbiamo sempre scritto qui sul Giornale.
Non ci sono mai piaciuti perché, da sempre, siamo convinti che la libertà di espressione non passi dalle matite rosse o dalla censura ma dal confronto. Anche quando le idee sono contrarie alle nostre. Non ci piace chi va in giro a mettere al bando i libri e la case editrici, figuriamoci le idee.
Nemmeno quando queste si basano su assunti palesemente sbagliati. Perché le idee si contrastano con il dibattito mai con la censura.
Prendete il caso di Alessandro Barbero, ex docente di Storia medievale recentemente iper visualizzato per un video di pochi minuti sul perché voterà «no» al referendum sulla riforma della giustizia. Non sappiamo perché si sia buttato a disquisire su un argomento tanto tecnico che francamente non gli appartiene. Il risultato non è stato dei migliori. Tanto che le sue argomentazioni sono risultate in più punti sbagliate. Ora non sprecheremo inchiostro per spiegarvi quali siano i suoi strafalcioni. Altri esperti in materia lo hanno già fatto nei giorni scorsi, anche sulle colonne del nostro Giornale, in maniera puntuale e precisa. E non certo per censurare lo storico ma per far chiarezza su un voto che potrebbe cambiare le vite di tutti. In un certo qual modo, il video di Barbero è diventato l’occasione per spiegare agli italiani la riforma Nordio. E così mai e poi mai avremmo voluto leggere sul Fatto Quotidiano che quel contenuto «è stato oscurato da Meta su Facebook» dopo essere stato bollato come «falso» da un’operazione di fact checking.
Non staremo qui a disquisire sulle tecnicalità di un algoritmo autoproclamatosi super partes che, in passato, ha dimostrato di non essere così equidistante. Ci interessa piuttosto ribadire ancora una volta che le censure non ci piacciono.
Ci auguriamo, pertanto, che Barbero abbia sempre uno spazio per dire quello che pensa (anche quando sbaglia). Ci troverà pronti a contrastarlo ma mai a chiedere che venga oscurato.