Mediaset, confermata in appello la condanna a Berlusconi

In cinque ore di camera di consiglio la Corte d’appello di Milano decide di confermare integralmente la condanna del Cavaliere per la vicenda dei diritti tv a 4 anni di carcere e 5 di interdizione dagli uffici pubblici. Una batosta che lo mette a un passo dalla sua espulsione per via giudiziaria dalla vita politica del Paese

Mediaset, confermata in appello la condanna a Berlusconi

Una batosta che mette Silvio Berlusconi a un passo dallo strapiombo, dalla sua espulsione per via giudiziaria dalla vita politica del paese. In cinque ore di camera di consiglio la Corte d’appello di Milano decide di confermare integralmente la condanna del Cavaliere per la vicenda dei diritti tv. Pochi istanti fa il giudice Alessandra Galli ha pronunciato il dispositivo della sentenza a carico dell'ex presidente del Consiglio: quattro anni di carcere, di cui tre condonati per indulto; tre anni di sospensione dalle cariche aziendali; e soprattutto cinque anni di sospensione dalle cariche pubbliche. Se la sentenza dovesse venire confermata anche in Cassazione, Berlusconi decadrebbe dalla carica di senatore conquistata nel febbraio scorso, e non potrebbe tornare in Parlamento prima del 2018, quando avrebbe ormai ottantadue anni.

Per la Corte d’appello Berlusconi è dunque colpevole di avere gonfiato per 368 milioni i costi dei film comprati da Mediaset all’inizio degli anni Duemila, sottraendo così imponenti fondi neri alle casse aziendali (ma questa accusa si è prescritta nel corso del lungo processo) e causando un danno all’erario di quasi otto milioni di euro. A nulla sono valse le dichiarazioni in cui Berlusconi ha sottolineato come l’importo della presunta frode appare risibile – circa l’1 per cento - di fronte alla massa di tasse pagate nello stesso periodo dal suo gruppo; a nulla le dichiarazioni fatte oggi in aula, ultimo intervento prima della sentenza, dall’imputato Daniele Lorenzano, ex manager Fininvest, che ha spiegato come da molto tempo, dopo la discesa in politica, il Cavaliere si fosse disinteressato della gestione concreta dei diritti dei film da trasmettere sulle sue reti. Per la Corte d’appello vale lo stesso ragionamento che nell’ottobre scorso portò i giudici di primo grado a dichiarare Berlusconi colpevole e a infliggergli una pena ancora più pesante di quella chiesta dalla Procura. Il tribunale presieduto dal giudice Edoardo d’Avossa ritenne che era <pacifica e diretta riconducibilitá a Berlusconi del sistema che ha creato la disponibilità di denaro separata da Fininvest e ha permesso di alienare illecitamente disponibilità estere>, un’operazione <condotta da persone di sicura fiducia del imputato>.

Oggi la Corte d’appello fa propria la sentenza di primo grado, con una decisione che fa irruzione pesantemente sulla scena politica. È la prima volta, nei quasi vent’anni del suo braccio di ferro con la magistratura, che Berlusconi viene condannato anche in secondo grado. L’ultima mossa delle sue difese, la richiesta di spostare il processo a Brescia per <legittimo sospetto> sulla imparzialità dei giudici milanesi, si è scontrata lunedì scorso con la bocciatura della Cassazione. Ora le speranze residue del Cavaliere sono affidate alla Corte Costituzionale, che il mese prossimo potrebbe annullare il primo processo per i diritti tv (durante il quale si tenne una udienza nonostante che il Cavaliere fosse impegnato in consiglio dei ministri) e di conseguenza anche la sentenza di oggi. Ma intanto la batosta è pesante e senza precedenti. "È una sentenza fuori da ogni logica - commenta Niccolò Ghedini - la forza della prevenzione è stata maggiore della forza dei fatti. In nessun altro tribunale che non fosse quello di Milano si sarebbe arrivati a una decisione simile, avevamo fatto bene a chiedere la rimessione del processo. Non so se è a rischio la stabilità del governo, di sicuro è a rischio la stabilità del diritto". E lunedì prossimo, come se non bastasse, Ilda Boccassini concluderà la sua requisitoria al processo Ruby.

Per Mediaset, l'unica nota positiva è la conferma della assoluzione del suo presidente Fedele Confalonieri, che era stata impugnata dalla procura della repubblica che aveva chiesto per lui tre anni e otto mesi di carcere. E che invece viene nuovamente prosciolto con formula piena.

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