Mettersi in regola? No, grazie Ai cinesi piace la clandestinità

A Prato, capitale del "distretto parallelo" del tessile, le domande di emersione dal lavoro nero sono state appena mille. A fronte di 25mila irregolari stimati

Mettersi in regola? No, grazie Ai cinesi piace la clandestinità

Chiamateli pure fantasmi. Perché nonostante siano il motore di quel «distretto parallelo» industriale che produce ogni giorno un milione di capi di abbigliamento low cost - con un giro d'affari di due miliardi - gran parte dei cittadini cinesi che lavorano nel manufatturiero di Prato per aziende di connazionali non esistono né per il comune della città toscana né per il ministero degli Interni. Erano e rimangono in gran parte clandestini. Lavoratori inchiodati alle macchine da cucire per dodici ore al giorno, sette giorni su sette. Senza nessuna tutela e spesso senza neppure un'identità. Anche se hanno garantito ai loro boss asiatici introiti da capogiro nel bel mezzo della crisi economica peggiore degli ultimi ottanta anni. Lo dicono i dati del Viminale sulla sanatoria che si è chiusa il 15 ottobre scorso e ha permesso a 134.576 lavoratori stranieri irregolari, in tutta Italia, di tentare la strada della regolarizzazione (le domande devono essere vagliate dal ministero). A Prato, la via d'uscita dall'emersione è stata percorsa da appena 1054 lavoratori extracomunitari irregolari. Chiamarlo flop è un eufemismo. Perché i numeri non lasciano dubbi ma avevano lasciato speranze. Le stime - elaborate sulla base di statistiche e a seguito dei blitz quotidiani sulle imprese del manufatturiero «parallelo» e del suo indotto - parlano di circa 20-25 mila clandestini presenti sul territorio.

Considerata l'altissima densità di immigrati cinesi a Prato - i residenti sono 13.056 su un totale di 30.186 stranieri, cioè quasi la metà, e inclusi i «non» residenti rappresentano il 43,3% della popolazione straniera totale - l'amministrazione comunale prevedeva un'emersione di almeno 8mila e fino a 12mila lavoratori clandestini provenienti dal gigante asiatico. D'altra parte le imprese orientali attive a Prato - secondo un libro-inchiesta della giornalista Silvia Pieraccini - sono circa 4.500, di cui 3.400 solo nel distretto degli abiti low cost. E invece nulla di fatto. Anche perché la metà delle 1.054 domande è stata presentata da lavoratori domestici, colf o badanti e non da lavoratori nel settore industriale, come sono gran parte dei cinesi presenti a Prato e dintorni. «I dati sono più che deludenti», spiega al Giornale Giorgio Silli, assessore all'Integrazione della prima amministrazione comunale di centrodestra a Prato in cinquant'anni di potere rosso incontrastato.

Come nel resto d'Italia, a giustificare la scarsa adesione può avere influito un sistema esoso e poco ghiotto: era previsto che la domanda venisse presentata dal datore di lavoro, dietro versamento di mille euro, non rimborsabili in caso di rifiuto di domanda, e oltre al pagamento degli ultimi sei mesi di contributi evasi. Ma tutto questo non basta a spiegare il fenomeno. «Era l'occasione della vita per molti imprenditori cinesi, quella di non andare in carcere», spiega l'assessore Silli riferendosi alle pene previste, da sei mesi a tre anni di carcere e una multa di 5mila euro per chi impiega un lavoratore straniero irregolare. E invece «hanno calcolato che il pagamento dei contributi avrebbe reso il loro prodotto non più concorrenziale». «Non solo -spiega Silli, che ci tiene a ricordare di aver lavorato molto in questi anni per l'integrazione e si lancia ora in una lettura sociologica del fenomeno -: i lavoratori cinesi sono disposti a farsi schiavizzare perché sanno o sognano anche loro di diventare un giorno imprenditori».

Delusione e rabbia da parte delle istituzioni pratesi, che vedono l'industria tessile cinese e il suo indotto ingrassare in barba alle regole italiane. «E poi ogni giorno circa un milione e mezzo di euro parte via money transfer da Prato verso la Cina». Il distretto parallelo marcia ma lascia a bocca asciutta la città.

Commenti