Milano dal piccone alle molotov. Il salotto di Pisapia è un saloon

I milanesi si scoprono indifesi: perché ormai sempre più zone sono l'anticamera della giungla. Però il sindaco non vuole l'esercito e pensa solo all'integrazione

Milano dal piccone alle molotov. Il salotto di Pisapia è un saloon

Il piccone e la molotov. Prima ancora, a settembre, la pistola che trasmette una colonna sonora di morte a due passi dalle Mura spagnole. Milano non è mai stata una cartolina, ma ora la città si scopre indifesa, debole, vulnerabile fin nel suo cuore. Pochi giorni fa l'incredibile scorribanda di un extracomunitario che spacca la testa a tre persone e agisce indisturbato per un'ora e mezzo nel quartiere popolare di Niguarda. Si potrebbe fare della sociologia, evocare le periferie con i gasometri, come nelle tele di Sironi, e il degrado e tutto il resto, ma non c'è il tempo per avventurarsi in analisi che spiegano tutto con i ricchi e i poveri, le zone privilegiate e i ghetti, il lusso e la miseria. Lo schema, anche questo, non funziona come dimostra l'azione a sangue freddo compiuta ieri in via della Spiga, laddove Milano si mette in vetrina. Scintillante. E mostra una marcia in più e un carisma inattaccabile. I criminali incappucciati hanno violato pure quel brand. A settembre c'era stata quella sparatoria cupa all'ora dell'aperitivo, per le strade di Porta Romana, fra bar e locali. Due morti, una bambina sfiorata dalle pallottole come nei fumetti di Tex, la sensazione che le vie, anche le più esclusive, possano trasformarsi nel set di una gang criminale.

Dal salotto al saloon. Dalle porte girevoli scappa via la percezione della sicurezza, la nostra sicurezza di milanesi, e sbucano figure ostili e tenebrose. Come nelle favole senza un lieto fine. Narcos senza scrupoli; rapinatori che non hanno paura di niente e di nessuno e non temono il confronto con i cattivi maestri degli anni Settanta, quelli della metropoli in bianco e nero assediata dalla criminalità e dal terrorismo; e poi extracomunitari più randagi dei cani che vivono ai margini della metropoli e che nessuno ha mai provato a censire. E se per caso qualcuno provvidenzialmente li ferma, viene poi costretto a rilasciarli, come è successo puntualmente con Mada Kabobo, per quel perverso intreccio di norme garantiste e buoniste che riempiono la nostra dimensione pubblica.

Diciamo la verità: Milano non è il far west. Ma i milanesi, talvolta, sono indifesi come farmer di fattorie sperdute in una pellicola di John Wayne e ci sono delinquenti, grandi e piccoli, organizzati e disorganizzati, lucidi e paranoici, che scorrazzano come fossero in zone franche.
Non si tratta di mettere insieme la follia di Kabobo e il sangue freddo dei malviventi di via della Spiga, e di sommarli a loro volta con la mira spietata dei killer di via Muratori. Le mele e le pere non vanno nello stesso cesto, ma la paura dei milanesi cresce a ogni episodio che rompe la crosta della routine.

Ci vuole, ci vorrebbe una risposta forte, anche muscolare, e invece c'è una sinistra, a Milano e in altre zone del Paese, che è ancora convinta che bastino il dialogo e le tavolate interetniche per sbaragliare la criminalità. C'è una sinistra che è disposta a integrare tutto e tutti, quando vaste zone della città sono enclave di altri Paesi, meteoriti piombati fra le nostre strade, e il controllo del territorio, in quella babele di razze e lingue, è semplicemente un miraggio. E c'è un sindaco, Giuliano Pisapia, che cavilla con la presenza dell'esercito: no, sì, nì. Sì ai piantoni, no alle ronde. E avanti con la retorica del sì ma anche no.
I problemi sono complessi e nessuno ha la bacchetta magica. Ma non possiamo rassegnarci all'idea che a una certa ora pezzi interi della città si trasformino nell'anticamera della giungla. E non possiamo tollerare i blitz dei gangster nelle vie del Quadrilatero. Bisogna chiudere le porte del saloon. E restituire il salotto ai suoi abitanti spaventati.

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