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Non chiamatela "scissione". Le mancano identità, simbolo, popolo e progetto

Da Rauti ad Alfano e Fini: tutte le defezioni nella storia che spesso hanno fatto flop

Non chiamatela "scissione". Le mancano identità, simbolo, popolo e progetto
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Direbbe un cervello senza fosforo: «Anche la Meloni fece una scissione, e tu guardala, è al governo». E si potrebbe metterla sul lessicale e spiegare le differenze tra una defezione (Vannacci 2026) e una separazione (Meloni 2012) e uno scisma (Rauti 1995) e uno strappo (Alessandra Mussolini 2003) e una secessione (Storace 2007) e però risolveremmo poco, perché le differenze andrebbero spiegate, la Storia conosciuta.

Le scissioni non sono tutte uno stesso animale: c'è quella che nasce da un corpo che si sta sbriciolando e prova a salvare un pezzo di identità, e poi c'è quella che nasce da un colpo di teatro personale («me ne vado») e vuole farsi scambiare per epopea. Nel primo caso puoi finire a Palazzo Chigi, nel secondo in un talk show a fare il Badoglio e a chiedere l'applauso perché hai cambiato divisa.

Brevemente: Giorgia Meloni se lasciò il Popolo delle Libertà quando non era più un partito, ma un contenitore generico che stava cambiando pelle e litigando su tutto: lei e gli altri (non scordiamoci gli altri, tipo Crosetto e La Russa) non fecero una guerra al campo, ma si mossero con continuità dentro il campo. Soprattutto, portarono tre cose che contano: una filiera militante (anni di sezione, di giovanili, di amministratori) e un'identità riconoscibile (un pezzo di tradizione politica, non la scrittura di un libro) e un simbolo-ponte, la famosa fiamma tricolore che una parte dell'elettorato identificava con un certificato d'origine. Poi ci mise del suo: opposizione quando conveniva, disciplina di coalizione quando serviva, molta pazienza. Si chiama politica. E comunque fu sbeffeggiata da tanti soloni (molti giornalisti) e che oggi ne reggono lo strascico. L'altro, Vannacci, fa un altro lavoro: non sta salvando un'identità in via d'estinzione (non ce l'ha) ma cerca una rendita autonoma che parta solo dal proprio nome, uscendo da un partito che lo ha portato in Parlamento e trattando la propria uscita come se fosse un atto di liberazione. È l'equivoco perfetto: scambia la notorietà per radicamento e la polemica per progetto, così la scissione diventa un disturbo, ma quasi mai un approdo.

Fate un giretto al cimitero politico: la Fiamma Tricolore di Rauti, nata come reazione identitaria a Fiuggi, ha campato di purezza e di faide ma si è consumata subito in un destino minoritario; Azione Sociale di Mussolini (Alessandra) fu un fuoco d'artificio e stop, Storace con La Destra mise insieme nostalgie e qualche risentimento, ma finì schiacciato tra il «grande partito» e una forma caricaturata di se stesso; Gianfranco Fini (nella foto), dapprima adorato come l'uomo nuovo contro Berlusconi, riuscì suo malgrado nell'impresa di trasformare un patrimonio storico in un partitino evaporato. Sin qui le cose quasi serie. Restando alla Lega, ridonda di strappi pulviscolari e più spesso espulsioni, commissariamenti, neo correnti regionali subito morte. Niente nomi, solo cognomi: Castellazzi e Prosperini 1992, Rocchetta 1994, Miglio stesso anno, Comencini 1998, Tosi 2015, una lunga tradizione di defezioni interne (spesso locali o personali) quasi sempre (quasi) senza creare un'alternativa decente o comunque riuscita. E Vannacci? Se diventasse un soggetto politico (che conti qualcosa, s'intende) si accoderebbe alla genealogia: ennesimo tentativo di trasformare un conflitto interno in un brand esterno.

Poi vabbe', si potrebbero citare le velleità eternamente «moderate» ma subito disilluse: Angelino Alfano dissolto nella palude centrista (buon per lui, professionalmente) coi vari Fitto, Verdini e Toti che invece si resero non-protagonisti di fughe, micro-sigle,

rientri e traslochi già consapevoli in partenza: senza un popolo puoi contare al massimo per un giro. Poi il cambiare fronte, per il tuo teorico elettorato, diventa più opportunismo che astuzia, solo un rancore con partita Iva.

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