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Non sono gaffe, è una "lotta" antagonista. Ma da Reggio a Segre, i passi falsi sono troppi

La relatrice Onu dà voce a una mobilitazione intollerante. L’illusione? Che la mitica Palestina sia una scintilla globale

Non sono gaffe, è una "lotta" antagonista. Ma da Reggio a Segre, i passi falsi sono troppi
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Non è la prima volta e non è un caso. Non sono «gaffe» quelle di Francesca Albanese, ma il portato di una cultura antagonista di cui la relatrice Onu si è voluta fare interprete, con ambizioni - ormai compromesse - da leader, italiano e non solo.
Una gaffe si può considerare, al massimo, il pasticcio sull’esito del suo percorso da «giurista», ma il titolo professionale oramai è l’ultimo dei problemi. Le dichiarazioni di ieri sull’assalto alla Stampa di Torino come «monito», un’assurdità, sono solo l’ultimo caso di una lunga - troppo lunga - serie di episodi in cui Albanese, in realtà, ha dato voce alla mobilitazione cosiddetta pro Pal (in realtà anti-Israele e anti-Occidente), rappresentandone appieno il carattere intollerante e settario, ormai conclamato, come confermano le censure, le «contestazioni» e le continue mistificazioni.
È una narrazione tossica, quella che a tutti i livelli viene portata avanti da due anni a questa partel sul 7 ottobre e sulla guerra di Gaza.
E produce continuamente dei corto-circuito. I due più clamorosi episodi, quelli che hanno avuto maggior impatto anche sull’opinione pubblica di sinistra, sono stati la grave, assoluta mancanza di riguardo nei confronti della senatrice Liliana Segre e l’agghiacciante scena con cui, nel teatro di Reggio Emilia Albanese ha umiliato il sindaco dem Marco Massari, «colpevole» di aver chiesto la liberazione degli ostaggi israeliani. In entrambi i casi, Albanese ha cercato di rimediare. Nel caso di Segre, ha rilasciato un’intervista ulteriormente offensiva, cui ha risposto da par suo il figlio della senatrice. E anche su Reggio, venti giorni fa, ha cercato una via d’uscita: «Ho sbagliato: mi sono rivista e ho pensato "no, non è proprio da me"». Ma poi ha infarcito la stessa intervista «riparatrice» di mistificazioni volute, sul «sionismo» e sulla storia di Israele: «Per un antisionista - ha detto tra l’altro - il problema è l’esistenza d’Israele come Stato di apartheid all’interno di un Paese che si chiamava Palestina».
Anche ieri ha tentato una mezza retromarcia: «Chiaramente - ha detto - condanno la violenza nei confronti della redazione della Stampa, la mia colpa è quella di aver condannato anche la stampa italiana, occidentale per il pessimo lavoro, il lavoro indegno che ha fatto in larga misura sulla questione palestinese».
Un po’ come la condanna di Hamas per il 7 ottobre, che Albanese ha faticato così tanto a chiamare terrorismo, mentre i suoi «rapporti» traboccano di denunce del presunto «genocidio». «Secondo me mi criticano perché io in questo momento faccio paura, perché rappresento un cambiamento e un risveglio delle Coscienze. Non lo faccio volontariamente. L'Italia si è svegliata» ha detto ieri.


L’obiettivo è «unire le lotte». L’illusione è che questa Palestina mitizzata sia la scintilla rivoluzionaria di un «tempo apocalittico». «Volevamo salvare la Palestina, la Palestina ha salvato noi» dicono, sognando a occhi aperti.

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