Paolo Cirino Pomicino, detto Geronimo, ha concluso oggi la sua ultima battaglia. O’ ministro, come veniva soprannominato dagli avversari politici, è morto a 86 anni in una clinica romana dove era ricoverato da qualche giorno. "Sì vi confermo questa dolorosa notizia, ho parlato poco fa con la signora Lucia e questa volta Paolo non ce l'ha fatta", dice all'Adnkronos l'esponente democristiano Gianfranco Rotondi, "La sua battaglia contro i mali che lo hanno afflitto è stata un infinito inno alla vita, ci ha insegnato che la vita va amata vissuta e difesa. È stato un grande leader".
Diventato uno dei simboli della prima Repubblica, era nato a Napoli il 3 settembre 1939 e, prima di intraprendere la carriera politica, si è laureato in medicina e chirurgia con 110/110 e ha lavorato al Cardarelli di Napoli come assistente neurochirurgo e, poi in qualità di aiuto neurologo.
L'ingresso in politica e la nascita dello 'Sportello Pomicino'
La sua vita si lega, però, indissolubilmente a quella della Democrazia Cristiana campana. Negli anni ’70 è consigliere e assessore del Comune di Napoli ma, nel 1976, viene eletto deputato tra le fila della corrente andreottiana e negli anni ’80 entra nelle stanze del potere come presidente della commissione bilancio della Camera.“Fino a quando sono arrivato io la commissione Bilancio non contava nulla”, si vantava Pomicino che la considerava “un contropotere all’americana”. È qui che nasce l’emendamento “vol-au-vent” che noi “riempivamo di provvedimenti e finanziamenti”. Il capogruppo della sinistra indipendente, Ada Becchi, iniziò a chiamarla ‘Sportello Pomicino’ proprio perché i partiti, le varie correnti chiedevano e lui trovava il modo, appunto, di accontentare tutti. Lui, infatti, si difendeva spiegando che:“Se lo sportello funziona, è solo perché qualcuno bussa”.
Sono i ‘mitici anni ‘80’, preludio della fine del muro di Berlino e di Tangentopoli, ma soprattutto sono gli anni degli yuppies, dell’edonismo spensierato. Edonismo che contagia anche Cirino Pomicino che, all’epoca, per la sua villa sull’Appia, quella dove nel 1989 i capicorrente della Dc indicarono Forlani come nuovo segretario al posto di De Mita, pagava un affitto di 6 milioni al mese. A Napoli possedeva un attico in via Nevio con 14 vani, colonne di marmo, librerie in acero e una terrazza a picco sul mare e sul Vesuvio. Nel film “Il Divo” di Paolo Sorrentino un bravissimo Carlo Buccirosso interpreta la parte di Pomicino che organizza una festa megagalattica nella villa romana dell’Appia e corre in Transatlantico come se fosse a casa propria. D’altronde Pomicino non ha mai considerato la ricchezza un peccato mortale. “Personalmente non faccio parte di quella schiera di cattolici convinti che il denaro sia il demonio. Se uno è ricco di famiglia, o se ha un’industria o un’attività che marcia da sola, ben vengano i soldi che rendono libera la politica, come nel caso di Berlusconi. Ciò che non deve mai avvenire è che – scrisse in uno dei suoi libri - il denaro acquisti la politica e la sua libertà senza le quali il paese declina”.
L'esperienza da ministro del Tesoro
Poi, come vedremo, ci saranno anche momenti di difficoltà economica nella vita di Pomicino ma, per ora, restiamo alla fine degli anni ’80 quando diventa, prima, ministro della Funzione Pubblica e, poi, del Bilancio dove rimane fino al 1992. Anni in cui il debito pubblico cresce esponenzialmente, senza mai preoccupare Pomicino che, in seguito, spiegherà che si quello è sempre stato un falso problema perché “a quell’epoca il debito pubblico era tutto interno”, scriverà parecchi anni più tardi. “Quando si diceva che ogni italiano nasceva con venti milioni di lire di debito ci si dimenticava di aggiungere che aveva diciannove milioni di credito perché i titoli di Stato erano per oltre il 90 % nelle mani delle famiglie italiane. Insomma – si legge in uno dei suoi libri - era un debito che non cedeva alcuna sovranità alla finanza internazionale e che avrebbe richiesto almeno dieci anni per ricondurlo entro limiti accettabili”.
Il problema nacque nel 1990 con la scelta di Carlo Azeglio Ciampi, allora governatore di Bankitalia, di collocare la lira nella banda stretta di oscillazione del sistema monetario europeo e, così facendo, “impose una politica monetaria di alti tassi di interesse che scaricò sul bilancio dello Stato 20 mila miliardi annui di maggior spesa, aumentando così il debito pubblico vertiginosamente e portando dritto alla svalutazione del settembre 1992 e alla fine del sistema monetario europeo”. Sia come sia Paolo Cirino Pomicino, ministro del Bilancio, non era stimato dal presidente Francesco Cossiga che una volta si lasciò andare alla frase:“Siamo un paese solido che sopporta come ministro un analfabeta come lui, uno psichiatra di scarsa fortuna”.
Pomicino diventa 'Geronimo'
Nel 1992 scoppia Tangentopoli che travolge la Dc e, nel giro di un anno, Pomicino inizia a collaborare prima sull’Indipendente e, poi, sul Giornale diretto da Vittorio Feltri, firmando i suoi articoli con lo pseudonimo “Geronimo”, dal nome del capo indiano della tribù degli Apache che difese il suo popolo fino all’ultimo. “Alla fine del 1993 era in corso una vera e propria guerra tra i novelli “lunghi coltelli” delle procure contro alcuni popoli ricchi di storia e onusti di gloria come quello democratico – cristiano. Da quel tempo – spiegherà Pomicino - ho sempre difeso la cultura e l’impegno politico dei democratici – cristiani senza mai nascondere né i miei errori né quelli del partito il cui contributo complessivo alla democrazia italiana ed alla sua economia è stato fondamentale”. Lo pseudonimo, però, si riferisce anche a Jeronimo figlio naturale di Carlo V re di Spagna (1516) e Imperatore del Sacro Romano Impero che, divenuto Giovanni d’Austria, sconfisse i Turchi a Lepanto impedendo che arrivassero in Europa. “In una fase politicamente violenta come quella del 1992-’93 mi parve appropriato – dirà Pomicino - assumere come pseudonimo il nome di due mitiche figure, l’una a tutela di un popolo coraggioso come quello degli apaches e l’altra a difesa della cattolicità europea e della sua forma politica”.
Pomicino investito da Tangentopoli e, poi, riabilitato
Anche Pomicino viene colpito dall’ondata di giustizialismo che pervade il Paese. Affronta 42 processi per corruzione, ricettazione, concussione, 416 bis (camorra) e nella maggior parte dei casi per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussiste. Riceve solo due condanne: la prima in via definitiva a 1 anno e 8 mesi di reclusione per una tangente da 5 miliardi nel caso Enimont, l’altra per corruzione nell’ambito dell’inchiesta sui fondi neri Eni per la quale patteggiò 60 giorni. “Il carcere non mi ha segnato perché l’ho vissuto come una battaglia politica. Volevo perfino fare una festa, il primo anniversario dell’arresto. Volevo invitare tutti, il maggiore della finanza che mi aveva arrestato, il mio compagno di cella. I giudici no. Non sarebbero venuti. Non hanno il senso dell’umorismo”, racconterà in seguito.
Nel 2011 viene completamente riabilitato dal Tribunale di sorveglianza di Roma ma resteranno memorabili i suoi “duelli” con Antonio Di Pietro. Curioso è l’aneddoto che riguarda il suo secondo infarto che Pomicino ebbe nel 1997: “Al Gemelli mi diedero tre ore di vita, Di Pietro venne a trovarmi. Mi magnificò la Democrazia cristiana: sempre votato per voi, mi disse. Era convinto che sarei morto e che quel colloquio non avrei mai potuto raccontarlo”. Pomicino, infatti, è sempre stato affetto da problemi cardiaci. Nel 1985 è stato operato a Houston di quadruplice bypass, nel 1997 a Londra di duplice bypass nel 2007, infine, ha subìto un trapianto di cuore. L’ormai ex ministro, a seguito di queste sue vicende giudiziarie e problemi di salute, aveva rivelato al giornalista Michele Brambilla: “Ho dovuto vendere la casa perché non riuscivo a pagare il mutuo, e mi sono fatto prestare i soldi per farmi operare al cuore”.
Il ritorno in politica
Nel 2004 torna in politica, aderisce ai popolari Udeur di Clemente Mastella e viene eletto eurodeputato ma, appena un anno dopo, passa alla Democrazia Cristiana per le Autonomie di Gianfranco Rotondi e diviene direttore politico de La Discussione, il giornale fondato da Alcide De Gasperi. La sua ultima esperienza parlamentare risale al biennio 2006-2008 come presidente del gruppo parlamentare DC-PSI alla Camera. Nel 2008 non viene ricandidato e, due anni dopo, annuncia la sua adesione all'Udc. Il suo ultimo incarico pubblico è stato quello di presidente della Tangenziale s.p.a. di Napoli società del gruppo autostrade per l’Italia. Ma l’evento più importante dei suoi ultimi anni di vita è indubbiamente il suo secondo matrimonio. Nel 2014, avendo come testimone di nozze Gianni De Michelis, sposa Lucia Marotta, più giovane di lui di 27 anni.
Ma “in realtà fra i due la vecchia sono io, - dichiarerà lei - sono nata vecchia e mi trovo benissimo con lui così pieno di energia, e quando si mette al piano e intona vecchie canzoni, tipo Nel 1919 ..., non si sa come, io le so tutte”. E, così, Pomicino, ha sfoggiato fino all'ultimo il suo fascino da vecchio leone democristiano...