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"Paura trasformata in metodo". Così la candidata di Avs dalla Germania delegittima il governo

Donatella Di Cesare ha partecipato a un telegionare tedesco per, dice lei, "raccontare un malessere profondo" che colpisce l'Italia

"Paura trasformata in metodo". Così la candidata di Avs dalla Germania delegittima il governo
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La sinistra italiana, da quando a Palazzo Chigi c'è il centrodestra guidato da Giorgia Meloni, ha avuto la tendenza di andare a lamentarsi all'estero di quanto accade in Patria, forse per cercare un supporto esterno a una manifesta difficoltà nel fare opposizione. Un fenomeno che si è sviluppato soprattutto nei primi mesi, quando il Pd era guidato da Enrico Letta, ma che non è mai davvero scemato grazie ai contatti con i Socialisti europei. Lo stesso vale per la sinistra civile, che benché abbia ampi spazi su giornali, radio e televisioni, anche di Stato, tenta percorsi di delegittimazione all'estero. L'ultima di questa lista, piuttosto lunga, è Donatella Di Cesare, insegnante di filosofia all'università La Sapienza di Roma, nonché candidata come capolista (non eletta) da Avs alle recenti elezioni regionali in Calabria a sostegno di Pasquale Tridico.

Di Cesare, come si evince dalla sua cronologia social, ha ottimi rapporti lavorativi in Germania e nelle ultime ore ha esibito la partecipazione "in prima serata a Heute Journal della Zdf", che lei definisce "il telegiornale più seguito in Germania". Una precisazione che sembra specificare che il suo intervento ha avuto una portata di rilievo, che è stato importante perché arrivato a molte persone, anche se sembra essere quello della Ard, con quasi 10milioni di telespettatori, il più seguito. Ma sono comunque dettagli irrilevanti, perché Di Cesare ha spiegato di essere andata nel telegiornale tedesco "per raccontare un malessere profondo". L'Italia di oggi, dice Di Cesare, che "vive sotto il governo Meloni non è solo un Paese in difficoltà economica o sociale. È un Paese attraversato da una stanchezza democratica, da una paura che viene coltivata, organizzata, trasformata in metodo di governo".

L'esecutivo Meloni, prosegue la filosofa, segue il "modello trumpiano", che dice essere "fatto di polarizzazione permanente, nemici interni, disprezzo per il dissenso, uso aggressivo della comunicazione, riduzione della complessità a slogan". E mette anche le mani avanti, consapevole che questa sua sortita potrebbe essere foriera di critiche quando si giustifica dicendo che "dirlo all’estero non significa 'lavare i panni sporchi fuori casa'. Significa nominare ciò che accade quando in casa si fa finta di niente". Eppure, lei è uno dei volti più popolari dell'universo di La7, non le mancano nemmeno le occasioni per parlarne in Rai e per non fare finta di niente in casa, ma dice che "il silenzio è comodo, ma costa caro. E perché l’abitudine all’arretramento prepara sempre qualcosa di peggiore".

La democrazia, è la sua conclusione, "non muore all’improvviso: si spegne a poco a poco, quando il disagio viene normalizzato e la critica delegittimata. Fuori, nelle piazze, quel malessere cammina. Dentro le istituzioni, spesso, viene rimosso. Tra questi due spazi passa ancora una possibilità: dire, pensare, resistere".

Sembra si stia cercando di costruire, ancora una volta, una narrazione basata su presupposti fallaci a fronte di un Paese dove chiunque, anche la stessa Di Cesare, ha giustamente spazio in tv e sui giornali, dove si scende in piazza mediamente 3.1 volte al giorno per qualunque tipo di protesta. E non è chiaro cosa si intenda con delegittimazione della critica, forse che non si può criticare chi critica. Ma allora quella non è più democrazia.

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