Di questi tempi non si può usare l'espressione italiana «raschiare il fondo del barile» per rispetto alla strumentale crisi del petrolio, che serve a dirci che la guerra contro l'Iran è un errore di Trump. Preferisco chiamarla «Questione Senese», riferendomi all'ultima diavoleria della sinistra, il selfie con la premier Meloni datato 2019 di un tizio vicino al clan Senese, appunto, su cui già tutto si sapeva e che sembra quindi l'ennesimo teorema anti Giorgia. Ma se sono così pronti a parlare di mafia e piace loro così tanto la parola «senese», perché, anziché ritwittare vecchie foto omettendo le decine di incontri veri tra i propri big ed esponenti dei clan in questi anni, non dedicano il medesimo tempo a dirci chi ha lanciato David Rossi dalla finestra del Monte dei Paschi a Siena, quando quella era la banca rossa per eccellenza, nel collegio rosso per eccellenza, da sempre in gestione Pd? Dopo i depistaggi e le coincidenze fra giudici ed esponenti politici della sinistra locale e perizie fasulle, oggi sappiamo che quell'uomo fu ucciso. E sappiamo che sullo sfondo c'è proprio la mafia. Non quella dei selfie nelle hall degli alberghi, ma la ndrangheta, quella vera. Ed è su questo che un Parlamento serio dovrebbe discutere e la sinistra, per essere credibile all'opposizione, dovrebbe liberarsi dai fantasmi del proprio passato, perché così è troppo comodo. Un Parlamento che abbiamo visto tutti, di fronte al tema della guerra in Iran, praticamente deserto.
E anche stavolta critiche e lezioni a Trump e a Meloni sono arrivate sui social e nei talk. Perché la verità è che a riferire in Aula il governo potrebbe perfino fare a meno di andarci. È un po' come con la «Questione Senese»: delle cose serie, alla fine, nessuno ha voglia di parlare.