Per quali ragioni si vota a un referendum? La campagna elettorale in cui siamo immersi suggerisce che, più che alla questione di merito, si guardi alle conseguenze politiche. Non è una novità: accadde lo stesso con la riforma Renzi.
Non è detto che debba andare così. Prendiamo i referendum del 1995, che molti hanno dimenticato. L'anno prima Silvio Berlusconi aveva fondato Forza Italia e, in capo a tre mesi, aveva ribaltato tutti i pronostici. Qualche giorno dopo il 27 marzo, un pezzo della sinistra presentò tre quesiti referendari perfetti per colpire l'avversario politico laddove faceva più male, cioè nel portafoglio.
I referendum contro la legge Mammì furono pensati e scritti in parte contro il Berlusconi politico, ma anche per arrivare alla resa dei conti con il Berlusconi imprenditore, accusato di avere involgarito il Paese con Drive In e i cartoni animati giapponesi. Il quesito principale chiedeva grosso modo agli elettori se non preferissero vedere i film senza pubblicità. L'esca era appetitosa e chi pensava che la televisione avesse rincretinito gli italiani era certo che avrebbero abboccato. Da principio, i sondaggi davano il sì in netto vantaggio. Per questo in molti speravano che i berlusconiani trovassero qualche accordo in Parlamento (pendeva sulla loro testa la spada di Damocle di una sentenza della Corte costituzionale).
La vittoria dei No, ovvero della televisione commerciale, arrivò grazie a una campagna elettorale entusiasmante. Da alcune rilevazioni fatte subito dopo il voto emerse come buona parte dell'elettorato di partiti pure antiberlusconiani, come Rifondazione comunista, si fosse pronunciata a favore dell'avversario politico. Gli italiani avevano capito che, per quanto fosse imperfetto il duopolio televisivo, l'alternativa era tornare al monopolio della televisione pubblica. E avevano anche compreso che l'avversione per il Berlusconi politico non era un buon motivo per inibirsi la possibilità di vedere le sue televisioni. Votarono davvero, insomma, nel merito della questione.
Come fu possibile? Al Cavaliere venne consigliato di non combattere quella battaglia in prima persona, per non legittimare l'equivalenza FininvestForza Italia. In campo scesero i lavoratori e le stelle della televisione commerciale. Gli appelli al voto finali videro confrontarsi tre strane coppie: Massimo D'Alema e Iva Zanicchi, Sergio Mattarella ed Enrico Vanzina, Fausto Bertinotti e Rita Dalla Chiesa.
Qualcuno direbbe che è normale che in una democrazia catodica vincano i volti più famosi, e qualcuno lo sostenne anche allora. A rivederli oggi, quei dibattiti, sorprende soprattutto una cosa: i politici parlavano della legge Mammì come di un lascito del mondo di Craxi, Andreotti e Forlani, da smantellare in quanto tale. I rappresentanti del mondo dello spettacolo riuscivano a spiegare con parole semplici questioni regolamentari complicate, mostrandone l'impatto sulla vita dei singoli. Riuscirono a tradurre i quesiti, come sempre scritti nella lingua dei giuristi, nella domanda: vuoi continuare a poter scegliere fra i canali che vedi oggi, o averne a disposizione di meno?
Ripensare al 1995 non ci dà molta speranza per il referendum di marzo. Allora la posizione liberale venne spiegata bene, dalle persone giuste. L'aver tenuto Berlusconi in disparte servì a riappropriarsi dell'agenda. Non si andava solo a rimorchio degli argomenti degli altri. I frontmen erano allenati a parlare alle persone comuni.
Oggi il No si è affidato, più che a tecnici e politici, ad alcuni grandi influencer. Non voglio paragonare il professor Barbero al conduttore di un telequiz, ma la notorietà è quella. Non c'è quorum e il corpo elettorale «effettivo», le persone che si recano alle urne, si è molto ridotto. Quindi, più che persuadere l'elettore indeciso (che è quel che accadde nel '95), conta mobilitare gruppi organizzati. Il No fa campagna e ha imposto gli argomenti di cui si parla, a cominciare da «le carriere separate e il fascismo».
Il Sì gioca in difesa e non ha fin qui estratto dal cilindro uno spot, un'iniziativa, un'immagine che catturi l'attenzione. La lezione del '95 è che posizioni controintuitive e liberali possono far breccia nell'elettorato. Ma quando succede, non succede per caso.