Se è il femminicidio ad essere abusato proprio dalle donne

L'aggressione con l'acido a Milano diventa subito crimine di "genere". E i commentatori dimenticano gli uomini sfigurati allo stesso modo

Manifestazione per rivendicare la "dignità rosa"
Manifestazione per rivendicare la "dignità rosa"

La cosa che ci terrorizza a questo punto è che il termine «femminicidio» diventi un marchio, un brand, una fama da onlus. E che sotto a questo marchio finisca di tutto, un po' come succede per i fortunati programmi di cucina dove ormai una pentola non si nega a nessuno. Lunedì a Milano (a Cuggiono, per l'esattezza) è accaduta un'altra cosa agghiacciante: una donna di 36 anni, incinta di due gemelli, stava andando in ospedale per una visita di controllo. È stata avvicinata da un tizio che ha visto bene in faccia ma non ha riconosciuto, e questo le ha gettato dell'acido sul volto che, speriamo, non le causerà lesioni permanenti a un occhio. Tremendo. Ma gli inquirenti non sanno ancora che pista seguire, non sanno di cosa si tratti. La vittima non conosce il suo carnefice e non conosce le ragioni per cui una cosa del genere dovesse accadere proprio a lei.

Invece il perché, evidentemente, lo sanno in tanti, a giudicare dai commenti che ieri sono apparsi sui principali quotidiani: Samanta F., così si chiama la donna aggredita, è un'altra vittima di femminicidio. Poco importa che ad essere stato colpito con l'acido, nell'assurda casistica degli ultimi mesi, compaia anche un uomo (sfigurato dall'ex gelosa) e che ancora non si sappia cosa ci sia dietro l'episodio di lunedì. Samanta è una donna, è pure incinta e c'è di mezzo l'acido: quindi è femminicidio.

Forse tra qualche giorno gli inquirenti ricostruiranno retroscena famigliari inquietanti. Ma al momento, così come è stata colpita Samanta (all'improvviso, per strada e apparentemente da uno sconociuto) avrebbero potuto venir colpiti Giuseppe, Daniela, Giovanni e Valentina. Il femminicidio è l'epilogo di una quotidianità, il tragico picco di una continuità violenta e subdola. Qualcosa che si poggia sulla zoppa convinzione che debba esserci un debole (la donna) e un forte (l'uomo), un sottomesso (la donna) e un padrone (l'uomo), una vittima (la donna) e un naturale carnefice (l'uomo). Si fa così, ti dico io come si fa e se non lo fai ti punisco.

Ma a quanto pare anche nella cronaca nera ci sono «mode» che sterminano la ragione e, quel che è peggio, anche nella cronaca nera ci sono mode destinate a passare di moda. Se oggi tutto è femminicidio perché oggi è il femminicidio ad «andare forte» (titoli sui giornali, associazioni, iniziative, spettacoli teatrali, tavole rotonde che non riescono a smussare gli spigoli di una realtà aguzza), cosa succederà alle donne che vivono con l'assassino del loro futuro, una volta che il femminicidio sarà stato abusato a sua volta? Oggi il femminicidio è un programma cult, che fa share garantito, lo si cavalca con ideologici speroni dorati, anche se poi nei fatti... Manifestazioni al grido di «No more», denunce con slogan efficaci «Ferite a morte», «Se non ora, quando?». Poi in realtà, a tutela (vera) della donna è stato altro a rappresentare una svolta: le leggi sul divorzio, l'aborto, la riforma del diritto di famiglia e, ultimamente, la legge della tanto osteggiata Mara Carfagna sullo stalking. Il resto, al momento, si limita al folklore, purtroppo. Alla moda. E come tutte le mode prende derive eccessive, lontane dalle donne che la devono indossare.

Ieri, il fatto che poco tempo fa un infermiere (maschio), romano, di 33 anni, avesse subito la stessa sorte (e per di più da parte di un amore andato a male), sembrava solo un fastidioso inciampo verso la corsa alla statistica perfetta. Perché non era una donna e quindi le sue cicatrici valevano meno e davano un po' fastidio al ragionamento. Perché il carnefice travestito da padrone, quella volta, era una donna. È questo buonismo implacabile ad essere un veleno «acido». Questo parlare, e urlare e cavalcare e confondere fino alla prossima volta in cui saremo convocati dalla realtà.

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