La Prima Repubblica morì sotto i colpi di tre picconatori: Francesco Cossiga, Mani Pulite e Umberto Bossi con la sua Lega. Il paradosso del Senatùr è che - pur crocifiggendo costumi, logiche, inclinazioni al compromesso della politica - fu un politico a tutto tondo. Più tattico che stratega. A suo modo un seguace della politique d'abord.
Il personaggio non fu solo il fondatore della Lega, del giuramento di Pontida, l'uomo che portò in Parlamento una rappresentanza populista e stravagante, che ruotava in Aula i cappi al collo e inneggiava ad ogni avviso di garanzia. Il Carroccio non fu solo folklore. Bossi con i suoi riti fu il primo a rappresentare la frattura che divideva il Paese, il disagio del Nord e la sua identità, la protesta come linguaggio d'opposizione ma anche di governo. Un precursore di Berlusconi, Grillo e in un certo senso pure della Meloni.
Un'idea di politica costruita su un'intuizione elementare: il Nord produttivo che si ribella al governo di Roma sprecona. Sembra una banalità, ma nelle aree arrabbiate della Padania il messaggio ebbe fortuna. Anche perché l'interprete sapeva muoversi nei meandri del Palazzo: in pubblico fustigava Craxi, in privato c'era una stima reciproca; si legò a Berlusconi ma non ci pensò due volte a «ribaltare» il suo governo e ad essere considerato da D'Alema «una costola della sinistra». Abile manovratore, è stato per decenni l'ago della bilancia della politica italiana. Il Cav per tenerselo stretto doveva dedicargli la cena del lunedì. «Una fatica», ogni tanto si lamentava. Ma sapeva che Bossi, uomo d'altri tempi, dava valore alla lealtà, alle strette di mano, all'amicizia. Dopo il «ribaltone», non ha tradito il Cav per trent'anni, fino alla morte, perché per un «capo» il tradimento è un peccato ammesso solo per la sopravvivenza. E l'Umberto ha sempre coltivato la religione del capo. La Lega è ancora oggi un partito bolscevico. Bossi lo ha modellato a sua immagine e somiglianza.
Nelle strade di Roma c'è ancora il ricordo delle serate in cui il Senatùr girava con i parlamentari leghisti dietro in fila indiana per scacciare le lusinghe di Roma ladrona. Poi la malattia, gli infortuni che capitano anche ai più puri. Ma ancora oggi nell'immaginario collettivo la Lega è Bossi e il suo sigaro.