Lo smemorato Bersani andava in Bankitalia per sponsorizzare Mps

Il mantra è del segretario democrat è: il Pd non si occupa di banche. Ma nel 2004 chiese a Fazio di favorire l'operazione con Unipol e Bnl. L'allora governatore fu interrogato a Milano su Ricucci e Fiorani: "Fassino e Bersani vennero da me per la fusione"

Il segretario del Pd Pierluigi Bersani

È il peccato originale. Pier Luigi Bersani l'ha rimosso e ripete come un mantra che il Pd fa il Pd e le banche fanno le banche. Perfetto. Ma solo qualche anno fa il segretario del Pd la pensava diversamente e si dava da fare. Insomma, le banche facevano le banche e il Pd (e prima i Ds) faceva il Pd e pure le banche.
Sembra una filastrocca ma è quel che affiora da un verbale firmato dall'allora governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio. È il 22 marzo 2006 e Fazio, travolto dalla tempesta dei furbetti del quartierino e delle scalate corsare, viene chiamato in procura a Milano dal pm Francesco Greco. E che cosa racconta? Parla di Ricucci, di Fiorani e di Antonveneta, ma poi si concentra su un dettaglio illuminante. «Le posso dire - spiega a Greco -, su Bnl, che sono venuti da me Fassino e altri a chiedere se si poteva fare una grande fusione Unipol-Bnl-Montepaschi. Io li ho ascoltati». Greco non molla, per cercare di collocare nel tempo l'episodio: «Questo quando?». «Primissimi mesi 2005 o fine 2004», è la replica. Pausa. Poi Fazio articola meglio i ricordi: «Erano Fassino e Bersani».
Ma sì, l'allora segretario dei Ds Piero Fassino, oggi sindaco di Torino, e l'allora responsabile economico del partito Pier Luigi Bersani, bussarono alla porta del governatore per proporre la creazione di un grande polo bancario in cui sarebbero confluiti Bnl, Unipol e Monte dei Paschi. Grandeur rossa. Non se ne fece nulla, anche perché Fazio rispose con un secco no. Almeno in quella circostanza, salvo poi ammorbidire la sua posizione.
Quel che conta però non è il risultato, ma il metodo. La nomenklatura del partito, più o meno la stessa di oggi anche se è cambiato il logo, coltivava i suoi disegni egemonici anche sulla finanza, vagheggiava vaste aggregazioni, sognava in grande. Come del resto traspare dalla famosissima intercettazione, pubblicata dal Giornale alla fine del 2005, in cui un elettrizzato Fassino chiede a Consorte: «Ma abbiamo una banca?».
Oggi Bersani ringhia: «Sbraneremo chi ci attacca sul Monte dei Paschi», e poi ripete che il Pd non accetterà lezioni da nessuno e poi ancora che bisogna cambiare, svecchiare, rinnovare. E il solito corteo di luoghi comuni ben confezionati. Fra 2004 e 2005 però giocava le sue carte sfruttando la contiguità, eufemismo, fra partito e banche di riferimento. Il Monte era, come oggi, nelle mani di tecnici e politici militanti o comunque di area. Con un guinzaglio, allora, davvero corto.
Poi le cose andarono come andarono. Consorte provò a scalare la Bnl. E chiamò in causa i «compagni» del Mps che avevano in cassaforte un 3 per cento, preziosissimo, della banca da conquistare. Cominciò una manovra azzardata da parte di Mps per recuperare quel pacchetto strategico - nel frattempo diventato un prestito obbligazionario - e metterlo a disposizione di Consorte. Risultato: le Fiamme gialle si insospettirono e accesero un faro. La scalata, come si sa, fallì e il Monte si trovò i finanzieri alle costole. Partì un accertamento fiscale che poi diventò penale e piano piano ha dato corpo all'indagine di oggi. In ogni caso, il partito continuò a interferire, come documenta persino un insospettabile Franco Bassanini che in un'intervista a Panorama ha alzato il velo dell'ipocrisia, sempre a proposito della tentata scalata della finanza rossa alla Bnl: «D'Alema e Consorte fecero pressing su Siena perché si alleasse con Unipol. Chi difese l'autonomia di Mps, come me e Amato, venne emarginato». La sinergia ci fu dunque, anche se in un quadro complesso di cordate e tradimenti, a due diversi livelli: politico-strategico e sul campo con il tentativo di girare quelle quote Bnl, il 3 per cento, da Siena a Bologna che ne aveva assoluto bisogno per vincere la partita.
Bersani rivendica correttezza, s'indigna e annuncia querele, ma la lezione del 2005 evidentemente non è servita. Perché la vicinanza, anzi la marcatura stretta del partito sulle banche amiche, è andata avanti. Finché il sistema è esploso. E oggi si dimentica il peccato originale. E la processione dal governatore.

L'altra sera, a Servizio Pubblico, il responsabile economico del Pd Stefano Fassina, ha ascoltato con crescente imbarazzo il racconto di Marco Travaglio che pungeva Bersani proprio con lo spillo di quel verbale dell'ex governatore. Meglio girarsi dall'altra parte e ripetere, come un disco rotto: «Sbraneremo chi ci accusa».

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