Più delle stelle ricorderemo la cometa. Un bel chissenefrega saluta Roberto Vannacci, generale senza truppe in ritirata dal suo esercito, dopo avere ceduto al canto, sinistro, delle sirene. Chi alla fine lo ringrazierà sarà Matteo Salvini, che da questa frattura, forse non ancora consapevolmente, esce più forte. In politica, uno più uno non fa quasi mai due. E la destra vinse le elezioni quando Vannacci nemmeno esisteva, certo non le perderà per lui, anzi perché lui se n'è andato. Verso l'illusione di una iperdestra in dissolvenza, museale, che nemmeno gli appartiene. Un flashmob che non riguarda l'Italia, ma solo il suo privato destino. Non bado nemmeno ai sondaggi che già lo collocano sotto l'uno per cento, al fianco del suo fido gemello diverso Soumahoro. Penso alla storia del Carroccio e alla sua lunga traversata nella Seconda Repubblica. Sì, perché la Lega - dai tempi del Senatùr - si fonda su un patto non scritto che vive dalle sue origini e che ne ha fatto, piaccia o no, il partito più longevo del Parlamento. Finora nessuno è mai riuscito a invertire quel maleficio: chi scende dal Carroccio, muore nella guerra. Perfino la Liga Veneta sotto il campanile di San Marco non resse all'addio. Figuriamoci Vannacci che, da teorico del mondo al contrario, in poco più di trecento giorni - neanche la durata di un abbonamento annuale ai bus -, si accomoda nella lunga fila degli ex che preferiscono il taxi.
E se la sinistra davvero guarda con sadica simpatia alla tattica anti-governo, significa che sta messa perfino peggio di lui. Se per contendere i seggi alla Meloni e al centrodestra avrà bisogno del signor generale, beh, la vittoria è scontata.