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Speranza torna in commissione Covid: ecco su cosa risponderà

L’ex ministro dovrà controbattere alle ricostruzioni dello scienziato italo-Usa Silvestri che lo ha sbugiardato sui mancati trial gratuiti coi monoclonali Eli Lilly. Gli altri nodi, dai vaccii alla mancata Zona rossa

Chissà se l’ex ministro della Salute Roberto Speranza sarà di nuovo così baldanzoso in commissione Covid come l’ultima volta, quando si è sostanzialmente auto-assolto sulla pandemia. La seconda parte della sua audizione attesa domani a Palazzo San Macuto dovrà fare i conti con le rivelazioni dello scienziato italo-americano Guido Silvestri, che lo ha praticamente sbugiardato sulla mancata donazione di 10mila monoclonali Eli Lilly destinati a inizio ottobre 2020 a fragili e immunodepressi che avrebbero forse potuto evitare il secondo lockdown. La donazione Usa agevolata dai rapporti tra Silvestri - scienziato in Georgia - e il Ceo di Eli Lilly suo ex allievo, è stata congelata fino a una riunione del 28-29 ottobre, quando l’accordo per i trial clinici compassionevoli a carico del colosso farmaceutico Usa è definitivamente saltato. Sappiamo, come ha ricostruito il Giornale, che negli stessi giorni, il 22 ottobre 2020, il commissario all’Emergenza Domenico Arcuri aveva firmato una «lettera di intenti», non vincolante, sottoscritta con la società Tls Sviluppo Srl, la Fondazione Toscana Life Sciences per la realizzazione di un progetto di ricerca, sviluppo e produzione di anticorpi monoclonali, tra i quali la sottoscrizione (mai avvenuta, secondo quanto abbiamo ricostruito) di un contratto per la produzione e commercializzazione delle dosi di anticorpo che andava formalizzato entro il 30 novembre 2020.

Speranza ha negato qualsiasi rapporto tra la mancata collaborazione sui trial gratuiti con Eli Lilly e l’operazione Tls, che avrebbe dovuto ricevere fondi pubblici e che rientrava nell’operazione di ministero della Salute, Invitalia e ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, partner di Tls in un’operazione siglata nell’agosto del 2020, che aveva fatto piovere sulla società milioni di finanziamento pubblico. Ma in realtà sia Silvestri in audizione sia alcune email del tempo dell’ex Pg della Prevenzione Ranieri Guerra che si era speso per la donazione, confermano pressioni politiche di «Pd, M5s e renziani» per non danneggiare il business di Tls. E chissà cosa dirà Speranza della causa intentata da Tls al ministero della Salute per avere una ventina di milioni di euro, quelli che legittimamente rivendica Menarini, suo partner farmaceutico nella realizzazione dei monoclonali made in Italy MAbCo19, frutto della partnership con l’Istituto Spallanzani di Roma. arrivati fuori tempo massimo nel marzo del 2022, una decina di giorni prima che il generale Francesco Paolo Figliuolo archiviasse definitivamente la pandemia da commissario all’Emergenza e decidesse di non dar seguito alla lettera d’intenti firmata nel 2020, in assenza di un contratto.

Perché il suo ministero si è opposto? Perché Speranza non ha risposto alla lettera di Silvestri in cui si lamentavano ostacoli burocratici a una donazione che poteva salvare molte vite? Sappiamo infatti che Aifa prima si è detta favorevole ai trial clinici gratuiti, poi ha accampato un veto legato alla mancata autorizzazione Ema ai monoclonali Usa - che nel frattempo Oltreoceano avevano ridotto le ospedalizzazioni fino al 90& - poi ha di nuovo cambiato idea quando si è trattato di comprarli a quasi 2mila euro a dose nel febbraio 2021, dopo la seconda ondata di Covid ancora più feroce della prima (50mila morti contro i 15mila), per affidare i trial proprio a Tls. La distribuzione dei monoclonali made in Italy sarebbe slittata più volte nonostante le roboanti promesse della vigilia, non avrebbero funzionato con la variante Omicron e sarebbero arrivate a pandemia finita. Della mancata donazione di Eli Lilly si era occupato in quel periodo il Fatto quotidiano, eppure questa scommessa persa da Speranza - favorire l’ipotesi Tls contro i monoclonali Usa già pronti - dovrebbe far insorgere persino la comunità scientifica, invece nessun giornale ha inteso occuparsene tranne qualche eccezione.

Tra le domande a cui dovrà rispondere Speranza c’è quella sul ritiro del report Oms di Francesco Zambon su pressioni di Pechino, non certo per colpa dell’ex Dg della Prevenzione Guerra - allora numero due Oms - accusato ingiustamente da Report ma scagionato sia dal tribunale del Lavoro di Ginevra a cui si è rivolto Zambon, sia da quello di Venezia; c’è il giallo sulla mancata Zona rossa nella Bergamasca, caldeggiata il 2 marzo dal presidente dell’Istituto superiore di Sanità Silvio Brusaferro in una mail che a Speranza deve essere sfuggita; e poi c’è il grande tema vaccini, i cui effetti collaterali sono stati gravemente sottaciuti secondo quanto ha denunciato il virologo Giorgio Palù in commissione Covid, furibondo alla scoperta delle mancate donazioni Eli Lilly al suo arrivo in Aifa fino al Green pass, che per la stessa ammissione di Speranza non aveva al tempo alcun fondamento scientifico eppure era stato venduto come unico strumento per l’immunità di gregge.

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