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Le storie di Elly e Giuseppi per vincere il silenzio elettorale

Pensare di disciplinare la comunicazione politica digitale con una norma tanto anacronistica quanto inefficace è uno dei paradossi più inconcepibili che il legislatore fa finta di non vedere

Le storie di Elly e Giuseppi per vincere il silenzio elettorale
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Se oggi in Italia volessimo discutere di elezioni e di propaganda elettorale, dopo neanche un minuto il confronto finirebbe spiaggiato in uno dei paradossi più inconcepibili che il legislatore fa finta di non vedere: pensare di disciplinare la comunicazione politica digitale con una norma tanto anacronistica quanto inefficace.

Eppure, in questi ultimi decenni si sono sprecati convegni, seminari, proposte di legge e dibattiti di ogni tipo che puntavano a trovare risposte valide alle sfide che internet e le piattaforme di social media portavano alla tenuta stessa dei sistemi democratici. Solo che puntualmente da un trentennio a questa parte a ridosso del voto ci si accapiglia con le solite polemiche sul mancato rispetto da parte di questo o di quell’altro leader del cosiddetto silenzio elettorale, ma poi tutto finisce nell’oblio più profondo. Perché, ancora nel 2026, a disciplinare la propaganda elettorale totalmente immersa nei feed e reel dei nostri smartphone c’è in vigore una norma invecchiata malissimo di settanta anni fa: la legge del 4 aprile 1956, numero 212. L’articolo 9 di quella legge stabilisce il divieto feudale di propaganda nelle 24 ore precedenti l'apertura dei seggi e durante le votazioni.

Questa restrizione pensata per garantire agli elettori una scelta libera e non condizionata, poteva avere un suo senso nell’Italia del dopoguerra dominata da un eco-sistema informativo centrato sul modello broadcasting, da uno a tutti: la televisione nascente così come i e quotidiani, che vendevano milioni di copie, erano i media che parlavano alle masse senza alcuna possibilità di interazione. La società digitale, dominata dalle piattaforme social, ha stravolto quell’ equilibrio rendendo anche il divieto di propaganda un arnese arrugginito, un vincolo inapplicabile e sterile, perché a tutti noi è palese che la comunicazione è diventata è un processo multilaterale e senza soluzione di continuità.

Gli account social dei partiti così come quelli dei leader, giusto per entrare nel merito della inutilità della norma, hanno postato ieri sera gli ultimi video e caroselli a sostegno delle proposte referendarie. Il PD, Forza Italia, Fratelli d’Italia, il MoVimento 5 Stelle, sia su Facebook che su Instagram si sono preoccupati di pubblicare tra le 23.01 e le 24.00 i post anche per alimentare le accuse di non aver rispettato il silenzio. E altrettanto hanno fatto la maggior parte dei leader sui loro account, solo che qui post hanno continuato senza sosta oggi, così come domani e dopo domani, a generare commenti, like e condivisioni. Senza qui considerare che alcuni hanno “pinnato” i post referendari in modo che i follower che vanno sull’account li vedono per prima rispetto a tutti gli altri post. Altri invece, come Elly Schlein o Giuseppe Conte, hanno pubblicato ieri delle storie, proprio perché hanno una portata superiore al post, le loro scelte di voto che i follower possono tranquillamente vedere anche oggi.

Potremmo ancora aggiungere, per dare contezza della viralità e profondità dei social, che molti esponenti dell’una e dell’altra parte si stanno affannando a inviare messaggi alle liste di Telegram, stanno moltiplicando gli sforzi

con lo stato di Whatsapp dove è possibile ammirare il fac simile della scheda. Ma, questo è solo la punta dell’iceberg digitale sulla quale il Titanic della legge del 1956 è destinato a infrangersi prima di andare a picco.

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