Questa mattina il direttore de il Giornale, Tommaso Cerno, è intervenuto su Radio Libertà per commentare con il direttore Giovanni Sallusti i principali elementi della discussione politica degli ultimi giorni, che passano necessariamente dai fatti di Modena, sviscerati ancora dal direttore Cerno nel suo editoriale odierno. Una settimana fa, infatti, Salim El Koudri si è lanciato a folle velocità nella zona pedonale della via Emilia con l’obiettivo di falciare quanti più pedoni possibile.
Per il direttore, nell’attuale dimensione politica, si fa di tutto per ignorare la gravità dell'islamismo, nel disperato tentativo di incasellare ogni cosa pur di far finta che il problema non esista. “Chi rappresenta la normalità, questa parola che non si può più dire, viene considerato pazzo se vede qualcosa che turba questo finto ordine”, ha spiegato Cerno. Siamo diventati il Paese in cui “la parola ‘pazzo’ viene usata nello stesso tempo per definire il presidente degli Stati Uniti, perché ragiona con una logica che non dobbiamo comprendere (altrimenti ci farebbe capire che l’Europa si è fermata da anni, preda dell’ideologia), e la stessa parola ‘pazzo’, nello stesso giorno, la usiamo per individuare un cittadino con passaporto italiano ma di origini straniere” che ha lanciato la sua auto contro i pedoni. “È il simbolo di una società che non sa più come chiamare le cose e quindi inventa una realtà che tu devi accettare per forza”, ha aggiunto. La Flotilla, “che non ha mai portato un chilo di pane a nessuno, che non ha mai contribuito a nulla a Gaza, che viene fermata da Israele e trattata in maniera rude, pur ricevendo le scuse del governo e pur ricevendo la richiesta forte del governo italiano di farli ritornare in Italia, per fortuna a spese loro, questi signori ce li ritroviamo in Italia come fossero le Frecce tricolori” e ora “dobbiamo osannarli?”.
Abbiamo visto, prosegue, “in aeroporto una conferenza stampa preorganizzata da un parlamentare che si è autodefinito un prigioniero del 7 ottobre”. Tutto questo dimostra che “siamo immersi in un racconto che non esiste, dove io, te e chi dice semplicemente che quell'auto che travolge a Modena degli innocenti somiglia troppo a quegli attentati di car jihad per non esserne ispirata”, dove solo dire questo “significa che noi siamo razzisti, suprematisti, pagando miliardi di euro per continuare così: questo è il futuro, sarà il futuro”. Non riusciamo, ha proseguito il direttore, “a renderci conto di cosa percepiamo: la politica non si assume più la responsabilità fino in fondo di guidare i processi sociali. Abbiamo la necessità di modificare la realtà a nostro uso e consumo. Facciamo cioè il contrario di quello che ci ha insegnato Harry Potter: lui aveva tanti poteri, tante formule magiche e tante pozioni, ma vinceva le sue battaglie non per quei poteri, bensì per le scelte che faceva e per come chiamava le cose. Era la dimensione umana a vincere in quel racconto. Noi, invece, cosa facciamo? Usiamo la bacchetta magica perché non sappiamo più come chiamare questa Italia e non sappiamo accettare quello che è diventata. Allora la facciamo sembrare quello che piace alle nostre bandiere e ai nostri colori politici”. Quindi, “se sei di sinistra, tra un paio d'ore questo signore di Modena sarà semplicemente un italiano, perché ovviamente ha il passaporto italiano, e non si potrà più dire che è di seconda generazione. Ma lo stanno dicendo anche a destra, non solo a sinistra. In questo clima generale, tra un po' si arriverà a chiedere scusa e a difendere lui, anziché le persone travolte”.
Un paese così, ha riflettuto, “è inerme. Un paese così deve riprendere il coraggio di dire le cose come stanno: quello è terrorismo perché è un atto compiuto per provocare terrore nella gente. Non ha un altro motivo di essere compiuto: perché la procura non lo identifica come tale? Perché fortunatamente la procura si occupa di procedura penale e teme che l'utilizzo di questa parola possa portare all’effetto opposto, cioè che il gip, ritenendo che non esistano gli elementi sufficienti, lo liberi. Allora, se per tenerlo in carcere dobbiamo chiamarla strage a me va benissimo, ma mentre parliamo tra di noi quello è un car jihad, quello è un comportamento di un'esasperazione che sta ai margini della società, che va a riprendere colore e violenza. E da dove la attinge? Da tutti quei luoghi da cui l’hanno attinta i suoi colleghi della stessa età, della stessa storia, che in giro per l’Europa in questi anni hanno messo in scena queste cose. È un atto di emulazione: non sceglie l’auto perché in quel momento gli capitava, la sceglie perché nella sua mente quel gesto significa qualcosa per noi. Noi che guardiamo Modena dobbiamo avere paura e quindi, se abbiamo paura, siamo vittime del terrore”.
I magistrati, poi, “seguano la strada che vogliono. Basta che vada in carcere chi è colpevole di un atto del genere e non si vedano le piazze che lo difendono e danno la colpa a me, perché io bianco, fascista, cattivo, autarchico l’ho reso incompatibile e quindi l’ho armato. Guidavo io quell’auto, non lui: questo è il racconto che sta emergendo ed è pericoloso tanto quanto lui”. Nessuno “ha gridato 'laici cattivi, ci togliete le croci dalle aule e volete il Ramadan. Laicismo secolarizzato, cultura senza un Dio’. È una ridefinizione in termini fanatici di cose che non si conoscono: è evidente che il Corano non può raccontare questa società, come il Vangelo non ha mai voluto raccontare le Crociate. Ma è evidente che in un determinato momento si utilizza, attraverso il fanatismo, la spiritualità trasformandola nel suo contrario. E l’islamismo, cioè la costruzione di un disegno di propaganda politica che utilizza il Corano per altre finalità, che è la cosa più distante dalla religione islamica e dal musulmano in quanto religioso, sta facendo questo”.
Lo sta facendo in maniera organizzata, ha aggiunto, “con strutture conosciute che hanno, con questa visione della società della paura, un’aderenza costante dimostrata da decine di indagini. La stessa sinistra che oggi sventola bandiere in piazza per dire che la colpa sarebbe di questo Stato autarchico, è quella che firmò e votò nella scorsa legislatura una relazione dei servizi che spiegava proprio questo. E che riportava la parola 'pazzo', che ricordiamoci sta scritta nella canzone di Guccini 'La Locomotiva', quella dove un pazzo si è lanciato contro un treno. È una parola che all’epoca, quando volevi raccontare l’idea anarchica contro uno Stato che opprimeva, la dicevano gli altri parlando di te proprio perché non riconoscevano in te l’altezza negativa di un gesto ideale e di un sacrificio. Oggi siamo a parti rovesciate, la realtà, cioè la cosa più semplice, è talmente avvelenata da questi sinonimi e modi di parlare che siamo ubriachi di quello che viviamo e sperimentiamo, quindi, una collocazione da serie tv. Li mettiamo tra i nostri preferiti, queste azioni ci piacciono perché dicono che abbiamo ragione: il resto non esiste. E abbiamo, quindi, due milioni conflittuali nello stesso Paese e poi ci meravigliamo che metà del Paese non si ritrovi in questo schematismo”.
E in tutto questo, la Chiesa italiana si adegua mentre in altri Paesi, come la Francia, sono anche gli imam a denunciare questi comportamenti. “L'islamismo, negli anni '90, aveva raggiunto un livello di integrazione enorme: non si sarebbe mai pensato che le conversioni avrebbero significato un'opposizione culturale così profonda. Oggi non abbiamo più nemmeno i riferimenti della fede, ci diciamo orgogliosamente laici, quindi non confondiamo quello che dice un vescovo dalla sciocchezza che può dire un vescovo. Un vescovo che parla del Vangelo sarà capace di farlo, ma un vescovo che parla di terrorismo potrebbe essere un perfetto incapace, come quello di Modena”. Non basta “vestirsi da prete per essere prete, e non basta essere buoni per essere cristiani, bisogna avere consapevolezza di quello che si dice e dell’effetto che questo produce”. Poche ore dopo tutto questo è stato individuato un quindicenne che “con un’altra banda di fanatici voleva fare un attentato in un parco e lo diceva pure, e questo è il vantaggio rispetto a quell’area grigia di cui fa parte quello di Modena: cioè questo era talmente radicalizzato che, parlandone al telefono, siamo riusciti a fermarlo in tempo, l’altro no. Abbiamo pubblicato l’intervista di una testimone che sostiene di avere visto questo ragazzo, ore prima dei fatti, parlarne con un altro e sono in corso delle verifiche”. Ma di questo “in Italia non parla nessuno perché fa paura l’idea che fosse premeditato, ma questo è evidente. Se di fronte a un’evidenza le indagini, ovviamente, si muovono con cautela perché devono portare delle prove alle loro tesi, noi che siamo le vittime complessive dobbiamo avere consapevolezza”.
Il processo evolutivo del terrorismo “non è casuale, è meditato e costruito sulla base delle attrazioni della società capitalistica occidentale. Si è presentato secondo il nostro gusto per farci più paura; l’11 settembre 2001 avviene qualcosa che l’Occidente per molti secondi ritiene essere falso, un film, qualcosa che avevamo potuto solo immaginare. Poi ci rendiamo conto che è avvenuto nella realtà. Poi arriva l’Isis, con un terrore alla Stephen King, che fermando dei singoli viaggiatori occidentali, i quali con un countdown venivano sgozzati in diretta, mostra che può succedere a tutti. Oggi c’è questa indeterminatezza del popolo dei cattivi, degli jihadisti, che si mescolano tra di loro, tra quelli che vogliono aderire a una gerarchia e chi, invece, è nascosto nella quotidianità, i quali dicono che è colpa nostra se l’integrazione ci sembra mal riuscita. Tutto questo è ordinato da chi questa propaganda la svolge e la finanzia, costruendo meccanismi di finanziamento di cui fa parte, come dimostrano molte indagini, la stessa Flotilla”. Il direttore nell’intervista ha spiegato che la Flotilla è composta da “molte persone che ci vanno in buona fede, vittime di questo racconto, e altri che la organizzano e che sono direttamente collegati a strutture come Hamas e come i Fratelli Musulmani. E questo è un tema reale, perché loro hanno raccontato questa storia molto bene, così come a noi piaceva, e perché il primo obiettivo dei Fratelli Musulmani è che di fronte a un atto di violenza la società che lo subisce si divida e litighi al suo interno. Questa debolezza ulteriore è un elemento nuovo del terrorismo: di fronte all’11 settembre noi ci siamo uniti, oggi ci dividiamo davanti alla piccola (rispetto all’11 settembre) Modena. Perché fa parte del loro progetto di propaganda. Stiamo rispondendo come i migliori utenti del terrorismo globale e, così come i nostri ragazzi vivono una seconda vita nei telefonini, la vivono anche i terroristi: loro lo sanno, sanno come usare la tecnologia per diffondere questo pensiero senza essere visti e dicendo a noi che è colpa nostra se ci sono delle storture nel nostro modello di vita, che è basato sulla conflittualità”. Quando sei riuscito “a rompere quella diga, sei riuscito a fare metà del lavoro: il resto lo facciamo noi, che stiamo dibattendo su come chiamare quell’attentato anziché fare in modo che non avvenga più”.
A proposito del Pd che sta facendo campagna elettorale tra i bengalesi a Venezia, arruolandoli e ponendosi come partito di riferimento, il direttore spiega che “abbiamo visto in questi mesi come la struttura delle associazioni, utilizzando l’orrore di Gaza come grande bandiera del cuore per farci sentire tutti più buoni se andavamo in quella direzione, abbia di fatto organizzato meccanismi politici di avvicinamento alle urne, di costituzione di gruppi. Il Pd ha gestito per molti anni questa immigrazione anche con questa finalità e oggi si trova a rischiare di essere scavalcato da partiti islamici che lo fanno da soli, come è avvenuto a Monfalcone, dove tutti hanno riso ma al primo tentativo elettorale sono andati oltre il 4%. Sta succedendo a Roma, dove c’è un partito islamico dichiarato con un portavoce che si presenterà alle elezioni, come sta succedendo nel resto d’Europa, dove sono più avanti di noi”. Quanto si sta verificando ora l’aveva già detto Oriana Fallaci, sottolinea Cerno, “ma siccome la Fallaci era una donna, interessava poco sia alla cultura islamica che a quella occidentale in quel periodo. Adesso la recuperiamo perché abbiamo un consolidamento non del femminismo ma del femmineo: mentre il femminismo si sta sciogliendo nel gender per la sinistra, noi stiamo recuperando il ruolo della donna che denuncia liberamente qualcosa che l’uomo ancora non vede. La Fallaci, il femminismo e la difesa dei diritti democratici della donna sono diventati patrimonio conservatore: questo è il passaggio che abbiamo fatto, in cui il progressismo è molto più in là e sta parlando di un altro modello di società. E questo allarme, nonostante tutto, ci sembra impensabile perché tutto quello che ha spaventato negli ultimi 80 anni non è mai stato preso sul serio. Tanto è vero che sul Covid abbiamo avuto delle reazioni che erano quelle di un popolo tramortito: succedeva qualcosa che avevano visto solo nei film. Siamo entrati, quella sì, in una fase di fascismo temporaneo, che poi ci ha mostrato che la scienza, spiegando a posteriori, avrebbe potuto e dovuto modulare: ecco, l’islamismo si comporta allo stesso modo. Lo respingiamo dal profondo perché siamo democratici, dicendo che è impensabile che sia così, che chi dice questo è cattivo, che chi lo denuncia è il problema. Ma se ci rifletti noi facciamo spesso questa cosa. In Italia ce la prendiamo spesso con chi denuncia un fenomeno e non con chi lo commette, ce la prendiamo con chi li chiama maranza ma coi maranza non facciamo nulla. Quindi, questo ragazzo di Modena che per la sinistra è un pazzo ha come avvocato uno che si occupa di terrorismo islamico e che fa parte di associazioni internazionali. Se sono un pazzo prendo un avvocato che si occupa di profili psichiatrici per cercare di evitare il carcere e dimostrare che sono pazzo".
Il nostro governo “nasce e vive su una contraddizione molto profonda: siamo il Paese che ha il governo di centrodestra più forte d’Europa ma siamo anche il Paese che è guidato, in teoria, da un leader conservatore con un partito popolare più piccolo, che sarebbe rappresentato da Forza Italia. È evidente che in Italia non può essere che i popolari siano al 10% e i conservatori al 30%, vuol dire che c’è già un mix culturale tra popolari e conservatori, talmente profondo, che vede in Giorgia Meloni un leader del futuro. Una destra che non sappiamo come chiamare, che sta nascendo in questi anni e con cui abbiamo a che fare e che cerchiamo di classificare con modelli vecchi. Questa contraddizione porta a non comprendere che noi dobbiamo affidarci a dei valori sostanziali, che vedono un certo pezzo delle democrazie gridare, chiedere aiuto e avere bisogno di risposte nette, o in quella famosa area liquida del cosiddetto centro, che non è mai esistito”. In questo momento, in cui convivono due modelli di società, “la tendenza della nostra storia è moderarsi mentre la richiesta è di avere idee chiare. Diteci cosa pensate delle cose: la paura di parlare di Trump, la paura di parlare dell’attentato è il sintomo di questa ansia di non comprendere cosa sia questa destra che è nata e perché in Europa la stessa maggioranza, con il Ppe più forte dei conservatori, quando agisce contro la maggioranza di sinistra che in teoria ha rieletto von der Leyen, faccia le cose migliori.
Frena il Green Deal, frena l’immigrazione, copia il modello Albania, perché il pragmatismo del Nord Europa che si sente per la prima volta in crisi è più forte della nostra filosofia. Dico alla destra: sii te stessa, anche se non sai chi sei”.