La prassi ormai comune per le navi delle organizzazioni non governative, italiane o straniere fa poca differenza, è scegliere in quale porto sbarcare i migranti recuperati nel Mediterraneo. L’ultimo caso è quello della Ong Sea-Watch, tedesca, che dopo il blocco della nave più grande per violazioni del decreto Piantedosi, ha mandato in mare il piccolo peschereccio utilizzato per forzare le maglie della legge italiana. L’Aurora ha effettuato il servizio di recupero presso la piattaforma Didon di un gruppo di migranti che l’aveva raggiunta e aveva lanciato un Sos.
La piattaforma si trova a circa 75 chilometri (circa 40 miglia nautiche) dalla costa tunisina, oltre le acque territoriali del Paese africano ma ricadente nella sua Zona Economica Esclusiva (ZEE) e nella sua zona Sar. Quindi la competenza del recupero era in capo alla Tunisia in questo caso. Per giorni il Paese africano non si è apparentemente interessato e la nave Aurora di Sea-Watch è andata a prenderli. E qui è iniziata la solita sfida alle autorità italiane. “L'Aurora è partita da Lampedusa verso la piattaforma abbandonata Didon, dove Alarm Phone riferisce che 47 persone si sono rifugiate da giorni, bloccate con scarsità di cibo e acqua poiché nessun governo ha risposto alla loro richiesta di aiuto”, si legge nel messaggio inviato ieri mattina da Sea-Watch alle 12.16.
Alle 19.32 un altro messaggio: “Sono in salvo. Le 44 persone che si erano rifugiate sulla piattaforma Didon cinque giorni fa, abbandonate dalle autorità europee, sono ora a bordo della nostra nave, l'Aurora, in navigazione verso nord. Tra di loro ci sono donne e bambini”. E qui sorge il primo problema: la piattaforma Didon non è in alcun modo legata all’Europa come giurisdizione, quindi accusare l’Ue di averle “abbandonate” è sbagliato e rientra in una narrazione immigrazionista fallace, che pretende e spinge affinché tutti i migranti che prendono il mare dall’Africa arrivino in Europa e, nello specifico, in Italia, visto che dalle parti della Spagne le Ong non operano. Due ore dopo, alle 21.37, un terzo messaggio: “Le autorità italiane hanno designato Porto Empedocle come porto di sbarco, nonostante non ci sia carburante a sufficienza per raggiungerlo. Sollecitiamo affinché venga permesso alle 44 persone, sfinite dopo cinque giorni trascorsi bloccate su una piattaforma petrolifera abbandonata, di sbarcare a Lampedusa”.
Alla fine, questa mattina alle 10.23, l’annuncio finale: “Stamattina presto, le 44 persone soccorse dalla Aurora sulla piattaforma Didon sono sbarcate in sicurezza a Lampedusa. Quando gli Stati europei abbandonano le persone ancora una volta, è la società civile a portarle in salvo”. La Ong non specifica se sia stato uno sbarco coordinato o se, invece, abbia preso un’iniziativa arbitraria: non esistono comunicazioni di questo tipo ma fa emergere, ancora una volta, quello che ritiene essere l’obbligo dell’Italia di farsene carico. Sostiene che non aveva abbastanza carburante per raggiungere Porto Empedocle, ma avrebbe dovuto sbarcare in Tunisia, considerando che il Paese rientra anche tra quelli definiti “sicuri” dall’Unione europea sia per origine che per terzi.
E ancora, prima di partire Aurora aveva ben chiaro che sarebbe dovuta andare da Lampedusa alla piattaforma, quindi conosceva la rotta che avrebbe dovuto tracciare, ma non poteva aver certezza del porto di rientro, quindi perché non avrebbe caricato il carburante necessario per un porto diverso da Lampedusa, considerando che la scelta del Pos è per legge in capo alle autorità. Ma il punto non si sarebbe posto con la richiesta di un porto alla Tunisia. Eppure, ancora una volta, l’Italia è stata costretta dai fatti a farsi carico di migranti irregolari.