Una volta si sarebbe detto clima avvelenato. Magari era fatale, inevitabile ma la campagna sul referendum sulla giustizia si sta radicalizzando. E, cosa peggiore, non sui contenuti del quesito, ma su altro. Si è parlato della data, della forma lessicale dell'interrogativo portato al giudizio degli elettori, dell'atteggiamento dei media; o ancora si è stabilita una connessione tra la vittoria del No e una possibile caduta del governo e specularmente si è collegato un possibile successo dei Sì all'ipotesi di una marcia trionfale dell'attuale maggioranza verso le elezioni anticipate.
Non basta: la riforma della giustizia è stata descritta come il primo passo di una svolta autoritaria trasformando la campagna referendaria nella battaglia finale per la difesa della libertà e della democrazia; o, sull'altro fronte, come una rivalsa della politica nei confronti di una magistratura che l'ha inibita, resa impotente. Per non parlare dell'immagine sullo sfondo del duello tra Giorgia ed Elly dal quale solo una uscirà viva (politicamente). E nel tritacarne di una polemica politica che la campagna ha fatto diventare rovente rischia di rotolare pure la testa di un direttore Rai che ha fatto una figura tapina nella diretta olimpionica e la performance di un comico che è stato bruciata ancor prima di andare in scena a Sanremo.
Insomma, la faccenda è scappata di mano e per responsabilità di tutti ha già una vittima: il referendum. Mai come in questa occasione ne è stato mortificato il significato e la funzione. Della separazione delle carriere tra giudici e pm non si parla, dei due Csm scelti con il sorteggio e dell'Alta Corte disciplinare neppure. O se ne parla per slogan o per giudizi trasformati in sentenze. L'accusa del No è perentoria: la riforma sottopone i magistrati al governo. Ma chi l'ha detto? Se poi si pensa che nello stesso fronte c'è chi, invece, mette in guardia dal troppo potere che si dà ai pm mettendo in piedi un Csm tutto per loro si arguisce che il buonsenso e l'equilibrio latitano. O altra sentenza firmata No: a che serve separare le carriere visto che sono pochi i Pm che diventano giudici, o viceversa? Sarà ma per esperienza personale mi sono trovato di fronte un magistrato che di carriere ne ha fatte sei: pubblico ministero, deputato, senatore, due volte sottosegretario, consigliere giuridico all'estero, giudice e di nuovo Pm. Nel breve periodo che ha fatto il giudice mi ha rifilato una condanna (all'epoca ero un suo avversario politico) che il Senato della Repubblica ha giudicato alla stregua di una persecuzione. Risultato: per la magistratura sono un pregiudicato, per il Parlamento un perseguitato. Verrebbe quasi da ridere se non parlassimo di giustizia.
Questo per dire che chi giudica il nostro sistema giudiziario perfetto e non bisognoso di una riforma è reso orbo dall'ideologia.
Del resto cosa c'è di più paradossale di quell'esponente della sinistra (Goffredo Bettini) che si dice d'accordo sulla separazione delle carriere ma vota No per una valutazione politica: non è la morte del referendum ma, per alcuni versi, del concetto stesso di democrazia.