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Il vizio di dire cose giuste sempre con troppo anticipo

Il Pannella privato tra gite in barca e maratone alla radio. Eccessivo nel male ma soprattutto a fare il bene

Il vizio di dire cose giuste sempre con troppo anticipo
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Marco Pannella interruppe lo sciopero della morte esattamente dieci anni fa, il 19 maggio 2016, e forse fu l'unico sciopero che nessuno gli aveva chiesto d'interrompere, che nessuno derideva, che non anticipava una battaglia inattuale che altri, un domani, avrebbero vendemmiato al posto suo.

Pannella lo avevo conosciuto quando avevo 16 anni e stavo partecipando a una marcia pasquale ad Assisi e lui, senza conoscermi, m’iscrisse al partito senza farmi pagare. Poi non lo rividi per moltissimo tempo, ma sarebbe restato, per me, uno dei più onesti e disinteressati uomini politici della storia repubblicana, uno dei più grandi e autentici personaggi che avrei avuto l’onore di conoscere decentemente.

Ora un bel salto temporale e immagini al mare sul barchino attorno a Ponza, con l’acqua calma nell’ora più bella, 13 agosto 2009. Eravamo io e la mia compagna. Squillò il cellulare anche se lì, in genere, neppure prendeva: eccoti Marco Pannella. Voleva che a Ferragosto lo affiancassi in sostituzione di Massimo Bordin in quell’incredibile maratona di Radio Radicale che era la «conversazione settimanale con Marco Pannella », tre ore di dialogo senza interruzioni, una cosa da ammazzarsi. Pannella. Tre ore. Ferragosto. Era pazzo.

Poi immagine di Roma a Ferragosto, le strade vuote, turisti dall’aria smarrita: perché alla fine avevo accettato di farla, la maratona radiofonica con lui. La consideravo un’esperienza da provare almeno una volta nella vita. L’effetto fu psichedelico e destabilizzante: le sue subordinate concentriche, la parentesi della parentesi con un inciso, «premesso che», «a parte il fatto», «bisogna ripartire da». Ogni volta che provo a riascoltare la presunta conversazione (si trova online) non capisco neppure quello che dissi io. Un esempio soltanto: Pannella d’un tratto ebbe un moto di disappunto e m’interruppe, mi disse che dovevo dargli almeno il tempo di rispondere, «perché alla fine della trasmissione mancano solo cinquanta minuti».

Poi tornai al mare e al barchino. Nel periodo immediatamente successivo io e Pannella ci sentimmo praticamente tutti i giorni, ma d’un tratto non mi feci più vivo per due ragioni. La prima è che era iniziato quel meccanismo con cui lui tendeva a fagocitare le persone, come era successo a tante che avevo conosciuto. La seconda è che avevo scoperto, dall’oggi al domani, che probabilmente mio padre stava morendo per un tumore ai polmoni.

Da Ponza, e dall’ora più bella, m’involai nel paesino di montagna dove l’aveva curato soltanto un medico del posto. Era più senescente che mai, e lo feci portare nell’ospedale milanese che preferiva. Poi accaddero un sacco di cose che restano fatti personali. Nei due mesi che seguirono, a parte pochissimi amici, ci fu una sola persona di media conoscenza che continuò a telefonarmi, a chiedermi di mio padre, chiedermi di passarglielo, tutte le volte ricordandosi ogni minimo particolare, senza poi avere null’altro da chiedermi o da dirmi.

E ho imparato che ci sono persone così, eccessive nel bene e nel male, capaci di una generosità improbabile e però autentica, di un trasporto a cui loro, per primi, non possono resistere. Marco Pannella faceva così con me, ma l’aveva fatto con un intero Paese per mezzo secolo. Pannella era un uomo che amava troppo. Indro Montanelli, di lui, aveva detto che era «un figlio discolo, un giamburrasca devastatore, ma in caso di pericolo sarà il primo ad accorrere in soccorso».

Mio padre fumava. Ricordo che mi chiese se gli facevo fumare una sigaretta, io gliela l’accesi, ma gli dissi, ridendo, che fumare faceva male. Dopo dieci minuti me ne chiese un’altra, perché mio padre era un po’ folle: ma di un folle, io, avevo bisogno. E di folli, noi tutti, avevamo sempre avuto bisogno: di un Pannella, per eliminare lo schifo di certe cose clandestine; di un Craxi, per modernizzare il paese; di un Tortora, per accorgerci che la giustizia fa schifo; di un Berlusconi, per avere la tv privata in Italia; di sbirri e giudici, per sbloccare un capitalismo politico senza mercato; taccio sull’oggi sennò mi danno del leccapiedi.

Pannella, fumatore, dieci anni fa morì dello stesso tumore ai polmoni di mio padre.

Pannella diceva cose giuste con troppo anticipo, così sembravano sciocchezze; quando si realizzavano, lui era già passato a dire altre cose giuste ma con troppo anticipo, e sembravano altre sciocchezze; così sembrava che dicesse sempre sciocchezze, e non ne diceva mai. Quando corse voce che era malato sul serio (due tumori) e che presto sarebbe giocoforza morto, molti risposero: sciocchezze, Pannella non può morire.

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