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"Io tra i nomadi in Mongolia. Così ho percorso la via del cashmere democratico"

L'imprenditore e il viaggio nell'Asia profonda: "Compro la fibra dai pastori, in 20 giorni di camion è in Italia"

"Io tra i nomadi in Mongolia. Così ho percorso la via del cashmere democratico"

Ha il sorriso cordiale ma appena accennato delle persone di poche parole e di molti fatti, «una vera macchina da guerra» dicono amici e nemici ugualmente ammirati dalla sua infinita capacità di lavorare.

«Nella vita come sul lavoro devi essere attore e non spettatore» risponde Sandro Veronesi, leva 1959, fondatore e amministratore delegato del Gruppo Calzedonia, che l'anno scorso ha fatturato 2.505 milioni di euro con i marchi Calzedonia, Intimissimi, Tezenis, Signorvino. Atelier Emè e Falconeri.

Per quest'ultimo ha costruito il maglificio più grande e tecnologicamente più avanzato d'Europa ad Avio in provincia di Trento, ad appena cinque chilometri da Belluno Veronese, il piccolo centro abitato (376 anime all'ultimo censimento) in cui è nato 63 anni fa.

Figlio di un idraulico e di una casalinga, Veronesi si è laureato in Economia e commercio nel 1983 e tre anni dopo ha fondato Calzedonia. Lavorava infatti per Golden Lady, l'azienda di calze del suocero e aveva capito che le gambe sono il compasso con cui le donne misurano il mondo, non le puoi vestire in modo banale. Ci si dedica in esclusiva dal 1993 e poi comincia a diversificare creando prima Intimissimi, poi Tezenis, quindi Signorvino, Atelier Emè e da qualche tempo Intimissimi Uomo.

Falconeri arriva nel 2009 quando Veronesi rileva la maggioranza del marchio fondato nove anni prima da Pierangelo Fenzi, l'attuale capo dell'ufficio stile uomo del brand. Nel 2013 completa l'acquisto. Ma non si ferma e, a quanto pare, i progetti sono parecchi. Da buon veneto, l'imprenditore ha anche un senso della realtà molto lucido e, tra i vari progetti, sta anche impostando il passaggio generazionale, inserendo in azienda i figli, che un giorno prenderanno il suo posto con ruoli anche più ampli. Non vuole replicare l'errore che molti grandi imprenditori hanno fatto e non pensare al futuro delle sue aziende e dei suoi 44mila dipendenti.

Ora Veronesi sta investendo 20 milioni di euro per costruire una fabbrica che darà lavoro a 300 persone in Mongolia.

Qui, in una terra che sembra immersa in un'altra epoca, Veronesi ha stretto accordi direttamente con i pastori per procurarsi il cashmere, la cosiddetta «fibra degli dei» che lui riesce a vendere a prezzi democratici: sotto 150 euro per un fior di pullover che puoi indossare quanto vuoi senza la produzione di orrendi pallini nei punti di sfregamento (il nome tecnico è «pilling») tipica del cashmere a basso costo. Una rivoluzione che renderà la pregiatissima fibra accessibile e di livello al tempo stesso.

Scusi ma come fa?

«I costi si contengono comprando grandi quantitativi di materia prima e controllando l'intera filiera in ogni suo passaggio. Non è facile in un Paese come la Mongolia che è grande sette volte l'Italia è ha tre milioni di abitanti, due milioni dei quali vivono in città.

Tocca comprare anche dai piccoli produttori, tutti pastori nomadi che una volta all'anno pettinano le capre per raccogliere il sotto vello. Ogni capra ne produce in media 250 grammi, pensi cosa ce ne vuole per riempire una balla da 75 chili».

A questo punto cosa succede?

«La fibra grezza deve essere lavata e selezionata per poi procedere con la filatura. Noi ne abbiamo una di proprietà a Biella, la Dorama, in cui facciamo più di metà della produzione dei filati per Falconeri».

Ma come fate a mandare il cashmere dalla Mongolia al Piemonte con una guerra in corso tra Russia e Ucraina, senza parlare dei blocchi posti dalla pandemia?

«Il sistema migliore resta caricare le balle sui nostri camion e andare: in venti giorni di viaggio arriva la materia su cui lavorare».

Insomma se Marco Polo ha aperto la via della seta, lei vuole aprire la via del cashmere?

«Le strade a dire il vero ci sono già e non sono certo il primo a percorrerle, ma l'idea mi piace. Se il sogno di Bill Gates era riuscire a mettere un computer su ogni tavolo, il mio è far indossare almeno un maglione di cashmere a ogni italiano. In quest'ottica stiamo lavorando seriamente sul retail: abbiamo raddoppiato il negozio Falconeri di via Montenapoleone a Milano e stiamo spostando quello di Firenze in via Por Santa Maria, che è sempre piena di turisti stranieri. Sto anche cominciando a concentrarmi su Paesi come la Francia o la Turchia e presto sarà la volta dell'America. L'estero è molto importante per noi che presidiamo online 22 mercati».

Ma quanti capi producete?

«Due milioni e mezzo all'anno e di questi ben due milioni sono in Superior Cashmere, quello con la fibra più lunga e sottile. Un pullover può pesare anche solo 180 grammi ma questa meravigliosa leggerezza non lo rende meno caldo e confortevole addosso».

Che tipo di manutenzione richiede un indumento che alla vista e al tatto sembra super fragile?

«Ha detto bene: sembra. Il cashmere non ha bisogno di troppa manutenzione ma solo di lavaggi leggeri e frequenti. Qui ad Avio abbiamo un avveniristico laboratorio per il controllo di qualità, i capi non vanno in produzione se fanno i pallini (il famoso effetto pilling) dentro un apparecchio computerizzato che simula lo sfregamento prima a 7mila giri e poi a 14mila».

In effetti quest'azienda sembra un gioiello ad alta tecnologia.

«A dire il vero lo è: abbiamo 250 macchine tessitrici che arrivano dal Giappone, marca Shima, la migliore del mondo. A monte c'è comunque l'elemento umano che non bisogna mai sottovalutare. Qui per la sola produzione ci sono 800 persone che con l'indotto diventano il doppio».

E poi cosa c'è ad Avio?

«Oltre al reparto produttivo ci sono gli uffici commerciali, i laboratori di ricerca, l'ufficio stile donna guidato da Giulia Sartini e l'uomo affidato a Pierangelo Fenzi. Abbiamo perfino un'area in cui studiamo il format dei negozi con tanto di simulazioni dal vivo».

Quanti negozi ha Falconeri in Italia e nel mondo? E a quanto ammonta il fatturato?

«In tutto nel mondo abbiamo 165 boutique monomarca. Di queste 85 sono in Italia. Quanto al fatturato contiamo di chiudere l'anno a 200 milioni di euro. Nel 2021 eravamo a 125 milioni».

Fa impressione ma in fondo è solo una parte di quello che lei ha creato con il Gruppo Calzedonia. Quanti dipendenti ha in tutto nel mondo?

«Sono 44mila, la maggior parte in Italia».

Come si fa a guidare un esercito di 44mila persone?

«Con il buonsenso, la passione e tanto lavoro».

Il Gruppo Calzedonia ha rilevato Antonio Marras. Di fatto è il primo luxury brand?

«Antonio Marras per noi è una scommessa perché è fuori dal nostro perimetro, essendo lusso. Falconeri ed Atelier Emè si avvicinano al lusso, ma non lo sono. È una scommessa fatta sulla persona di Antonio Marras, che ha grandissime capacità come stilista, ma che non aveva alle spalle una supply chain all'altezza del valore del suo brand. Speriamo di poter aprire presto degli store nelle città più importanti, cominciando da Milano. È un mercato complesso e ci vuole tempo per trovare le condizioni giuste».

Pensa alla Borsa?

«È un'opportunità che abbiamo considerato tante volte, ma che abbiamo posticipato. Abbiamo due focus principali al momento: il primo è il passaggio generazionale, perché ho 63 anni e sto inserendo i miei figli, con grandi soddisfazioni. Questo per molte aziende, specialmente in Italia, è un passaggio cruciale.

Il secondo tema su cui siamo concentrati è l'evoluzione da azienda a gruppo di marchi e aziende. Vogliamo dare sempre più autonomia ai brand, in modo da diventare un gruppo vero e proprio. Quindi la Borsa potrebbe essere un'opzione, ma in futuro, non adesso. Ci penseranno i miei figli, se lo riterranno opportuno».

Cosa si aspetta dallo Stato?

«L'imprenditore si aspetta che la politica faccia meno danni possibili. Il cittadino italiano vorrebbe che si parlasse più dei nostri pregi che dei nostri difetti. Sono entrambi innegabili, ma bravi come noi nel fare ce ne sono pochi».

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