"Io, napoletano, col dialetto veneto ho divertito anche gli americani"

Toni Servillo premiato alla carriera promuove l’eccellenza italiana: "Noi la diamo per scontata, ma all’estero ci amano". Poi rivela: "Sarò Mazzini nel prossimo film di Martone, ma non ne farò un santino"

"Io, napoletano, col dialetto veneto ho divertito anche gli americani"

Locarno - «Ma facitece ’o piacere», manda a dire Toni Servillo a chiunque usi, strumentalmente, la questione meridionale, brandendola come uno spadone per ribadire che c’è un’Italia alta e una bassa, un Nord e un Sud, insomma, contrapposti sul piano dell’agire e dell’esserci. Non a caso si esprime in napoletano l’attore partenopeo di nascita e di tetto, che ieri, in un vero tripudio elvetico, ha ricevuto (dalle mani della sua storica compagna di scena, Anna Bonaiuto) l’ambito «Excellence Award », mentre in Piazza Grande si riproponeva Le conseguenze dell’amore di Paolo Sorrentino (2004). «Ricordo che il pugile Patrizio Oliva rispose con questa frase all’idea, ventilata dalla Lega arrembante dei primi tempi, d’istituire due campionati di calcio, uno al Nord e uno al Sud», si risente l’ospite d’onore del Festival, accompagnato nella trasferta ticinese dalla moglie e dai figli Tommaso (in onore dell’Aquinate) ed Eduardo (in onore de De Filippo). E in effetti, oggi è lui, l’Andreotti de Il divo e l’industriale camorrista di Gomorra, l’erede diretto della scuola eduardiana, in grado d’arrivare ai cuori di Londra, per esempio, con recite in napoletano stretto. «Trovo il dialetto una lingua esperienziale, materna, capace di collegare la battuta all’esperienza. È cultura viva, comunicazione pura», puntualizza lui, che mette lo stesso entusiasmo del maestro Muti nel difendere l’eccellenza italiana, misconosciuta da noi, ma non nel mondo. E come il musicista, che vuol diffondere Cimarosa presso la massa monopolizzata dal culto di Mozart, così l’attore s’infervora parlando di Goldoni, del quale ama l’aspetto meno commercialmente ludico («per me è come Beaumarchais e Marivaux: un grande del Settecento»), molto apprezzato, invece, dagli americani in piena crisi. «Al Lincoln Center newyorchese è stato un trionfo per le mie rappresentazioni de Le smanie della villeggiatura, la cui complessità è stata capita in pieno da un pubblico, che non si limitava a ridere, ma voleva riflettere, sia pure amaramente, e proprio mentre la situazione economica è compromessa». Gli 800 spettatori a sera, nella Grande Mela oppressa dai debiti, hanno davvero emozionato quest’uomo, fondamentalmente, di teatro, ma che il cinema onora propter hoc, per quella sua robusta vena drammaturgica, in grado d’ispessire i ruoli.
A Locarno Servillo ha patrocinato anche il documentario di Elisabetta Sgarbi, L’ultima salita. La Via Crucis di Beniamino Simoni a Cerveno, al quale presta la sua voce narrante. E, ancora una volta, l’eccellenza italiana tiene banco. «È bello portare l’attenzione sui capolavori dei quali il nostro Paese abbonda. Ho potuto leggere gli straordinari commenti dei grandi storici dell’arte del passato: Brandi, Longhi, Testori... Pagine d’eccellenza, contro la semplificazione - fatta in malafede - per appiattire le menti. Invece bisogna mandare l’occhio, dove l’abitudine non ci porta», suggerisce. Lanciato sul piano internazionale (mentre portava in giro per i teatri del mondo la sua Trilogia della villeggiatura, sui grandi schermi delle località raggiunte, trionfava Gomorra), Toni Servillo, capocomico (a vent’anni ha fondato un teatro d’avanguardia) e regista d’opera, ha finito di girare, tra il Marocco e la Provenza, la commedia drammatica di Nicole Garcia Un balcon sur la mer (Un balcone sul mare). «Che bello lavorare con Jean Dujardin e Michel Aumont, che mi ricorda l’ironia di Peppino De Filippo, in lingua francese. Ho studiato francese nel collegio religioso, dove ho fatto il liceo. Nel film, ambientato negli Ottanta della speculazione immobiliare in Costa Azzurra, interpreto un agente immobiliare». Più articolato il personaggio di Mazzini, nel film storico di Mario Martone Noi eravamo, dove si sfogliano le pagine dense del nostro Risorgimento. «Ho solo cinque pose, tuttavia restituisco un personaggio diverso da quanto ci consegna la toponomastica statale. Ho cercato d’incarnare il libro mazziniano Doveri dell’umanità, guardando all’uomo nella dinamica della sconfitta, piuttosto che farne un santino da padre della patria», spiega. Dopo aver distrutto Andreotti, fornendone un ritratto patologico, ora tocca disfare Mazzini, «perché la vita è complessa, il presente è precario e la scena politica è improntata allo sketch: rapido e da dimenticare in fretta».

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