Israele, la destra vicina alla pace irrita la sinistra pro-palestinese

Non è raro che in politica le destre realizzino i programmi delle sinistre e viceversa. Fa parte del gioco democratico. Ma se il premier Bibi Netanyahu, così odiato in patria e all'estero dalle sinistre, riuscisse a comporre il conflitto palestinese, sarebbe non solo la conferma della salute della democrazia israeliana ma obbligherebbe gli intellettuali innamorati dei palestinesi e votati all'odio dell'occidente «a mangiarsi - come dicono gli inglesi - il cappello». Israele non è certo vicino alla pace coi palestinesi e forse non ci arriverà con il governo Netanyahu. Ma ci sono i segni che la tattica adottata dal premier israeliano e violentemente denunciata come razzista e colonialista dentro e fuori di Israele sta producendo in sordina dei risultati.
Due sono i principi su cui si muove Netanyahu: non si dà nulla senza ricevere, perché Israele non è un intruso ma a casa sua in Terrasanta; Israele non è la coda che fa muovere il cane americano ma uno Stato, che per quanto piccolo, sa dire no a Obama come ai leader arabi islamici che attendono o invocano per la sua scomparsa. Quanto ai piccoli segnali di disgelo nel conflitto palestinese, sono almeno quattro.
In primo luogo Mahmud Abbas, presidente della Autorità palestinese, ha accettato di incontrare Netanyahu a New York dopo aver giurato di non farlo prima della completa cessazione delle costruzioni israeliane nelle zone occupate. In seconda battuta il veto «totale» di Washington alle costruzioni negli insediamenti, dopo gli incontri di Netanyahu a Londra con Mitchell, inviato di Obama per la Palestina, è diventato un veto «condizionato» anche per Gerusalemme est, dove il «diritto degli ebrei di abitare ovunque desiderino» sembra ammesso, sia pure in sordina e per il momento dall'America. Di fronte all'intransigenza iraniana diventa pericoloso per Washington indebolire militarmente l'alleato.
C’è poi da segnalare (ed è il terzo indizio di «disgelo») che Ahmed Jabri, comandante della fazione militare Izat Din Qassam di Hamas che ha nelle sue mani il caporale Shalit, è partito diretto al Cairo per definire l'accordo per lo scambio del caporale con prigionieri palestinesi. Se finalmente raggiunto, questo accordo, dieci volte tentato dall'Egitto e dieci volte fallito, rappresenterebbe un enorme contributo di popolarità per Netanyahu.
Infine martedì scorso a Ramallah, per la prima volta nella storia dell'Olp, il premier palestinese Salam Fayyad ha presentato un programma di creazione delle infrastrutture dello Stato palestinese da realizzare entro due anni. L'annuncio è rivoluzionario perché implicitamente riconosce che per creare uno stato - come sostiene Netanyahu - occorre occuparsi «dell'economia, delle fogne e delle scuole», piuttosto di come distruggere il vicino. È la fine del mito di Arafat.
Come si spiegano questi cambiamenti? Anzitutto con la collaborazione militare fra Israele e il governo palestinese per distruggere le basi di Hamas in Cisgiordania e lottare contro il terrorismo. In secondo luogo con l'esito delle elezioni di al Fatah dalle quali il presidente Abbas è uscito rinforzato. L'assicurazione datagli da Israele di non liberare il suo più pericoloso concorrente Barghuti dalla prigione, la ripresa economica della Cisgiordania grazie agli aiuti europei e all'eliminazione di molti posti di blocco israeliani, l'estremismo di Hamas che ha impedito a 300 membri di al Fatah a Gaza di partecipare al congresso di Betlemme, lo hanno aiutato. Infine sembra esserci la nuova consapevolezza da parte di Obama e dei leader arabi di aver più bisogno della collaborazione di Israele di quanto Israele abbia bisogno del riconoscimento arabo. L'impegno americano e europeo a rinforzare le sanzioni contro l'Iran, unitamente a quello israeliano a non allargare gli insediamenti in Cisgiordania, rende furiosi contro Netanyahu i coloni e i suoi oppositori all'interno del Likud. È però anche una carta che il premier israeliano sta abilmente giocando. Gli basta porre la domanda «chi mettete al mio posto?» a Washington, Londra, Parigi e Berlino. Neppure in Israele esiste per il momento una risposta credibile.

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