Alla conquista del banco

In Italia il 10% degli studenti vive a ore di distanza dalla scuola. Per molti di loro l'e-learning continuerà anche nel dopo-virus

Se c'è una cosa che abbiamo imparato in questo periodo di quarantena collettiva è quanto la scuola sia un diritto di tutti. E il sistema dell'istruzione, seppur con confusione, e disomogeneità, si è dato improvvisamente una svegliata, arrangiando lezioni on line e cercando di arrivare nella casa di ogni alunno.

Paradossalmente questa nuova versione di scuola informatica ha garantito il diritto allo studio anche gli alunni più isolati, quelli che fino a febbraio ci mettevano due ore e passa per arrivare in aula. E che in queste settimane invece non devono far altro che muovere un passo fino alla scrivania della cameretta e accendere il pc.

Ben prima dell'emergenza Covid, il diritto alla scuola non era garantito ovunque. O meglio, per una piccola parte degli 8 milioni di studenti - nascosta in una fetta di popolazione pari al 10% - gli spostamenti erano (e saranno con la ripresa) un'impresa titanica.

Sveglia con il buio fuori, colazione veloce e poi via alla conquista dell'aula: 20 minuti a piedi verso il bus, mezz'ora di tragitto per raggiungere la stazione e poi altri 40 minuti per arrivare in città. E ancora un bus per arrivare al portone dell'istituto entro le otto del mattino. Stessa solfa per tornare a casa. Ogni santissimo giorno. Al netto di maltempo, scioperi e ritardi. Insomma, fra tutto, quasi un paio d'ore per arrivare in classe. Con conseguenze che si riflettono sia sulla qualità della vita sia sul rendimento scolastico, con parecchi casi di abbandono. E d'accordo che in altri Paesi del mondo i bambini, pur di arrivare a scuola, salgono su carrucole sospese nel vuoto e guadano fiumi attaccati a corde di fortuna, ma qui non siamo in Nepal né nelle province più sperdute della Cina. E il problema va risolto, soprattutto se si vuole raggiungere l'obbiettivo fissato dall'agenda europea di portare gli abbandoni scolastici al di sotto del 10% (oggi, per vari motivi, siamo al 14,5%). Chissà mai che questo periodo in cui la scuola ha dovuto cimentarsi nell'e-learning aiuti a fare studiare tutti riducendo il numero di chi chiude i libri per sempre. A scattare la fotografia degli alunni costretti a macinare chilometri per arrivare a scuola è una ricerca condotta dalla fondazione Openpolis in partnership con l'impresa sociale «Con i bambini». L'offerta scolastica viene penalizzata nei comuni poco collegati e lontani dai servizi, aree periferiche in termini di accesso ai servizi di salute, istruzione e mobilità. Si tratta di oltre 4mila comuni con 13 milioni di abitanti e a forte rischio di spopolamento.

LA FOTOGRAFIA

In Italia il 10% della popolazione che abita più distante dalle stazioni deve percorrere almeno 12,24 chilometri per raggiungere quella più vicina. Il dato cambia però molto a seconda delle province.

In alcuni territori la stazione ferroviaria si trova a meno di 5 km di distanza, anche per la fascia di popolazione che abita più lontano. È il caso delle province di Lecco (3,64 km), Genova (3,94 km), Lucca (4,75 km), Massa-Carrara (4,76 km) e La Spezia (4,84 km). In altre, invece, arrivare al trasporto ferroviario è molto più proibitivo. Una delle aree più penalizzate è la Sardegna, ma ci sono anche province del Centro e del Sud. Nella ex provincia sarda dell'Ogliastra la distanza dalle stazioni sale a 51,2 km e servono come minimo 30 km anche nel nuorese, 31,86 a Pesaro-Urbino, 31,45 ad Agrigento e 30,3 nella provincia di Potenza. La quota di scuole raggiungibili con il treno in alcuni di questi territori è molto ristretta. A Pesaro-Urbino e Foggia gli edifici scolastici entro 500 metri da una stazione ferroviaria sono meno del 3%, contro una media nazionale dell'8,68%. Superano questa media Sondrio, con oltre il 21% di scuole raggiungibili in treno, e Arezzo con oltre il 15%, e anche Campobasso e Potenza superano la soglia. «Ma questo dato da solo è poco utile a ricostruire la reale accessibilità delle scuole in questi territori - spiega Openpolis -. Perché, anche quando gli edifici scolastici sono vicini alla stazione ferroviaria, rimane il problema per i ragazzi che abitano a decine di chilometri di distanza da una stazione». A Sondrio, ad esempio, se oltre il 21% delle scuole è raggiungibile col treno, è anche vero che chi vive lontano dalla stazione deve percorrere quasi 30 chilometri per raggiungerla e arrivare al treno che lo porterà a scuola.

QUELLI CHE MOLLANO IL COLPO

A lungo andare la situazione diventa insostenibile per un alunno che viaggia quattro ore al giorno tra andata e ritorno. Anche per questo l'Italia si conferma terz'ultima per il numero di alunni che lascia la scuola prima dei 16 anni. A confermarlo sono i dati del Miur. A influire sul triste fenomeno della dispersione scolastica ci sono fattori come l'arretratezza culturale e strutturale, la rigidità della didattica e l'isolamento sociale. Risultato: dal 1995 a oggi la scuola italiana ha perso oltre 3 milioni e mezzo di studenti. Nel 2009 la percentuale degli alunni che abbandonavano era del 19%, nel 2016 è scesa al 13,8 e oggi è attorno al 14%, quattro punti percentuali sopra rispetto agli obbiettivi europei. Gli abbandono scolastici costano casi, circa due milioni a studente. E i ragazzi lasciano la scuola dopo un paio di anni di superiori, senza provare un percorso di studi alternativo, senza virare sugli istituti professionali e spesso, troppo spesso, senza nemmeno cercare un lavoro. Secondo gli ultimi dati Istat relativi al 2018, in Italia i giovani inattivi nella fascia d'età 15-29 anni sono pari a 2,1 milioni, il 23,4% del totale dei giovani della stessa età.

L'Italia continua a posizionarsi al primo posto nella graduatoria europea per il tasso più alto di nullafacenti, seguita da Grecia (19,5%), Bulgaria (18,1%), Romania (17%) e Croazia (15,6%). In Italia 33 province, soprattutto al sud, superano la media degli abbandoni scolastici. Sono le più isolate. E anche quelle dove in assoluto è presente il minor numero di biblioteche.

LA POVERTÀ EDUCATIVA

I livelli più bassi si registrano a Barletta-Andria-Trani, Ragusa, Latina e Monza Brianza, le uniche province ad avere meno di una biblioteca ogni mille bambini e ragazzi. Altri territori con un'offerta limitata sono Crotone (1,38) e Napoli (1,55), tra le province dove gli abbandoni sono più frequenti. Perché mettere in relazione abbandoni scolastici e biblioteche?

Perché un'offerta culturale, se non didattica, sul territorio contribuisce a coltivare la consapevolezza dell'importanza dell'imparare e stimola alla conoscenza e allo studio. Combattendo quella che ancora oggi è una grossa piaga: la povertà educativa. E soprattutto perché la presenza di una biblioteca può dare un input alle famiglie perché stimolino i loro figli a non lasciare la scuola. Anche quando è molto lontana.

Maria Sorbi

I commenti saranno accettati:
  • dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 20:00
  • sabato, domenica e festivi dalle ore 10:00 alle ore 18:00.
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette.
Qui le norme di comportamento per esteso.
Commenti
Ritratto di DesiréeMassaroni

DesiréeMassaroni

Mar, 28/04/2020 - 12:29

Però la didattica a distanza ha anche delle pecche. Meno coinvolgimento e maggiore difficoltà di concentrazione durante le lezioni e soprattutto scarsa importanza alla manualità,come la scrittura a mano, che comunque è necessaria perché attiva alcune aree del cervello fondamentali. Le distanze geografiche contano poco se c'è la motivazione. Quello che conta è l'esempio della famiglia, la capacità di stimolare i figli acquistando libri, giornali. Poi certo servirebbe una riforma culturale nazionale: in Francia le biblioteche sono più numerose e molto più efficienti, esiste una editoria per testi teatrali, c'è una borghesia colta che qui latita...