Il kamikaze catturato a Roma marciava in piazza per la pace


da Roma

Non era solo un kamikaze, era un pacifista. Uno che «armato» di bandiere arcobaleno e slogan antiamericani scendeva in piazza per protestare contro l’intervento della coalizione in Irak. Non sappiamo se ha urlato contro Bush, Blair o Berlusconi marciando nel centro di Londra o in quello di Roma. Non sappiamo neanche se il suo nominativo, o quello di qualche amico, rientri nella nota dei Servizi segreti sui finanziamenti dell’ex partito Baath di Saddam Hussein ai gruppi pacifisti-antagonisti per foraggiare la campagna contro i Centri di permanenza temporanea per immigrati clandestini. Quel che sappiamo - perché ce lo dice il suo avvocato Antonietta Sonnessa - è che Hamdi Adus Issac, il terrorista di Londra arrestato a Roma, era un pacifista a tutto tondo. «Il mio assistito - dice il legale all’Apcom - durante l’interrogatorio ha dichiarato di essere arrivato a Roma come tappa per poi riprendere il viaggio e raggiungere il suo Paese d'origine. Inoltre, vorrei sottolineare, che Hamdi ha detto ai magistrati di non appartenere a nessun gruppo kamikaze e ha raccontato di aver partecipato spesso a manifestazioni per la pace e contro le guerre. Quello che è accaduto il 21 luglio era solo una provocazione. Non dovevano e non volevano uccidere nessuno».
Ieri, nel frattempo, è stato arrestato dalla Digos di Brescia anche il secondo fratello di Hamdi, Fethi Issac, accusato di sottrazione e distruzione di documenti. A far convergere i sospetti, un passaporto partito da Roma per Brescia giovedì scorso, una telefonata al fratello Remzi - anch’egli già arrestato - che abita nella Capitale. Nessun provvedimento è stato invece assunto nei confronti della sua compagna bosniaca Elvisa, interrogata ma rispedita a casa, da dove ha difeso a spada tratta Fethi.
Intanto la Corte d’Appello di Roma ha convalidato l’arresto per fini di estradizione per Hamdi, mentre è attesa per oggi la decisione del gip Zaira Zecchi che dovrà pronunciarsi sull’arresto per terrorismo internazionale richiesto dai pm Ionta e Saviotti. Il gip interrogherà Hamdi nel carcere di Regina Coeli dove si trova anche l’altro fratello, Remzi, accusato di contraffazione di documenti. Gli investigatori capitolini hanno nel frattempo scovato in uno stabile di via Bartolo da Sassoferrato, al quartiere Aurelio, la vera abitazione dove Remzi aveva vissuto fino a qualche giorno fa, popolata da sei ragazze etiopi in affitto e visitata in passato da «un fratello» del padrone di casa, forse proprio Hamdi. Quanto alla richiesta di estradizione inoltrata dal governo britannico, la decisione dei magistrati della Corte d’Appello è attesa per i prossimi giorni. All’orizzonte si profila un braccio di ferro, poiché se la decisione della procura capitolina di aprire un fascicolo per terrorismo internazionale e il timore che l’arrivo di Hamdi a Roma fosse legato all’attività di qualche cellula in sonno sta a significare che gli inquirenti italiani tenteranno di trattenere il più a lungo possibile l’indagato nel nostro Paese, a Scotland Yard comincia a trapelare un certo nervosismo.
La preoccupazione è che i tempi possano allungarsi: gli agenti inglesi hanno 14 giorni di tempo per formulare accuse precise contro i sospetti. Scaduto il termine, i fermati tornano automaticamente in libertà.