L’alternativa a Malagrotta: ecco le colpe di Marrazzo

L’alternativa a Malagrotta: ecco le colpe di Marrazzo

Le polemiche nei confronti del sindaco Alemanno sulla vicenda dei rifiuti e della ipotetica individuazione di Allumiere come sito di discarica alternativa a Malagrotta sono tutte strumentali e pretestuose. Intanto Alemanno si trova a gestire la chiusura di Malagrotta dopo che in tutti questi anni la giunta rosso-verde non ha saputo trovare una soluzione e Marrazzo da commissario se n’è lavato le mani.
Il Campidoglio non ha fatto altro che tirare fuori dai cassetti uno studio della Regione Lazio, consegnato alcuni anni fa a Veltroni, che individuava dei possibili siti per eventuali discariche nel Lazio, e chiedere a Marrazzo di autorizzarne uno.
Dunque la notizia che Allumiere sia stata indicata come sito dal Campidoglio è destituita di fondamento.
È Marrazzo che ora deve scegliere uno di quei siti individuati dagli uffici dell’allora commissario dei rifiuti che sono gli stessi che gestiscono attualmente con lui il settore rifiuti.
D’altra parte Marrazzo ha posto fine al commissariamento ma non ha voluto varare, per debolezza politica, un nuovo piano rifiuti, tant’è che quello in vigore è ancora quello fatto da Verzaschi nel 2002, altrimenti avrebbe dovuto indicare i siti alternativi delle nuove discariche, visto che tutte quelle esistenti sono esaurite, e indicare anche i siti per altri impianti di termovalorizzazione.
Non ha neanche costituito gli Ato, per cui oggi nel Lazio siamo senza lo strumento legale per la gestione dei rifiuti.
Non solo; ma il decreto di Marrazzo del giugno 2008 ha dati per cui i conti non tornano. Infatti la produzione di rifiuti è sottostimata rispetto ai dati ufficiali e la percentuale della raccolta differenziata è quella prevista dalla legge voluta da Pecoraro Scanio ma non quella reale.
Tanto è vero che con quel decreto Marrazzo autorizza non solo l’allargamento di tutte le discariche ma anche la possibilità di bruciare il CdR nel cementificio di Guidonia e nella centrale a carbone di Civitavecchia. Quanto al numero degli impianti è realistica la previsione del piano regionale del 2002 che ne prevedeva 7: quattro a Roma, uno a Frosinone, uno a Latina e uno a Viterbo.
(*) Consigliere regionale dei Socialisti
riformisti del Pdl

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