L’Amleto stile fiction di Corrado D’Elia

I classici, si sa, chiedono di essere rivisitati, soprattutto a teatro. «Amleto», per esempio, da quando è stato rappresentato per la prima volta nel 1602, ha conosciuto migliaia di reinterpretazioni, rifacimenti, parodie ed è tuttora il testo prediletto da molti registi.
Nella versione di questo dramma shakespeariano firmata da Corrado D'Elia, in scena al Libero sino al 19 ottobre, i personaggi assumono delle identità anomale. Il principe di Danimarca è un adolescente problematico che ostenta un look da «alternativo» - felpa, capelli verdi, cresta d'ordinanza - e si sfoga facendo il writer. Il re Claudio ha l'aspetto, i modi grevi e la cultura politica di un boss del narcotraffico. Sua moglie Gertrude (interpretata dalla brava Giulia Bacchetta) è una donna bella, fatua e perennemente in abito da sera. Polonio un funzionario statale che filosofeggia a vanvera. La scena è uno spazio astratto, innaturale, simile a quello di un videogioco, in cui i personaggi appaiono e scompaiono come se fossero virtuali. Una musica insistente - a volte troppo - mantiene alta la tensione, mentre i singoli frammenti narrativi si succedono a velocità sostenuta. Regista e interprete di Amleto, D'Elia motiva il carattere fulmineo e disarticolato del racconto chiamando in causa la memoria. Il dramma si conclude con il principe morente che chiede all'amico Orazio di non dimenticare quel che è avvenuto: D'Elia tenta quindi di restituirci la vicenda attraverso uno sforzo mnemonico, una progressione di flashback, «una sequenza più o meno logica di quadri in cui i volti e le immagini emergono dal buio con la rapidità di un battito di ciglia». Il risultato però è tutt'altro che indimenticabile. L'eccesso di effetti spettacolari svuota paradossalmente le emozioni, le rende oggetto di un consumo istantaneo. Peccato, perché D'Elia è un bravo attore che sa costruire ingegnose macchine sceniche, e perché la sua intenzione da un lato di svecchiare il linguaggio teatrale, dall'altro di renderlo comprensibile a un pubblico che non sia composto di soli «addetti ai lavori», è più che giusta. Per riuscirci non è comunque indispensabile rendere facile e attuale un classico, rischiando magari di trasformare una drammaturgia in una fiction. Forse basta l'esercizio di una virtù difficile e antica quanto il teatro: il senso della misura.