L’autobiografia? Te la scrivono gli altri

Per moltissimi anni Roberto Bolaño è stato uno scrittore di culto: conosciuto da pochi, letto da pochissimi, ha ipnotizzato intellettuali e critici che, come raramente accade, l’hanno celebrato semplicemente non scrivendone. Scattava nella testa una sorta di gelosia: come se si temesse quasi di condividerlo con gli altri. Certo, proporre all’attenzione dei lettori, dalla metà degli anni ’90, quando i suoi libri iniziarono a essere pubblicati da Sellerio, testi come La letteratura nazista in America o Puttane assassine non era facile. Una scrittura imprevedibile e trame che sembrano dissolversi nel nulla proiettando ombre nei vicoli ciechi della nostra esistenza, fanno di Roberto Bolaño uno degli autori più sorprendenti del ’900. Uno scrittore, nato a Santiago del Cile nel 1953 e morto nel 2003 a Barcellona, che potremmo annoverare come massimo esponente non del «realismo magico» sudamericano ma, per usare le sue stesse parole tratte da I detective selvaggi (recentemente ripubblicato da Sellerio), di un «realismo viscerale».
Oggi Roberto Bolaño è stato scoperto da moltissimi lettori: da autore di culto per pochi si è trasformato in un’icona per i tanti intellettuali radical chic che non vogliono perdersi una puntata delle telenovele da salotti letterari (Asor) Rosa. Ma la sua grandezza sta proprio in questo: nello scardinare ogni «intellettual chic» imponendosi e infiltrandosi in chi lo legge in maniera radicale, definitiva. Leggere Bolaño, se lo si legge in tutta la sua profondità, è molto simile alla sensazione di un uomo che cade sulla piazza dell’Opera in pieno traffico rompendosi le gambe. Non è forse questo, senza citare «la letteratura come ascia per rompere il ghiaccio che abbiamo dentro» di Kafka, uno dei compiti principi di uno scrittore?
Di Bolaño esce adesso Tra parentesi, raccolta di scritti che vanno dal 1998 al 2003, pubblicato da Adelphi (pagg. 379, euro 29), la casa editrice che è riuscita definitivamente a trasformare lo scrittore in un mito «porta a porta» grazie al successo dei due volumi di 2666 (da poco disponibili anche in un unico volume in edizione economica sempre per Adelphi).
Tra parentesi è forse la lettura che consiglieremmo a tutti come viatico alla scoperta Bolaño: una sorta di «autobiografia frammentata» che riunisce articoli, prefazioni, testi di discorsi o conferenze, nonché l’ultima intervista dello scrittore che, per confermare la propria estrosità o la propria sorte, venne rilasciata all’edizione messicana di Playboy. Le pagine di Tra parentesi raggiungono vette di impressionante modernità: ci sono schegge di pensiero così penetranti da uscire a fine lettura esausti ma felici di sentirsi meno soli. Anche attraverso la tanto vessata critica letteraria che per Bolaño è, invece, «la forma moderna dell’autobiografia». Tanti gli scrittori citati e recensiti troviamo Baudelaire e Martin Amis, James Ellroy e Philip Dick, Kafka e David Foster Wallace, Melville e Palahniuk.
Nulla di enciclopedico: Bolaño scardina questi autori e in qualche modo li fa suoi rendendoceli sotto una nuova luce e tutto diventa «effetto collaterale». Dalla solitudine della sua «cucina letteraria» che «spesso è una stanza vuota che non ha neppure le finestre» mette subito in chiaro che i suoi scritti «letterari» sono frutto delle sue rare giornate di ottimismo: «Quando cado in preda a irrefrenabili attacchi di ottimismo faccio in genere quello che fanno tutti: perdo la testa e penso di essere immortale. Non voglio dire immortale letterariamente parlando, perché questo può pensarlo solo un imbecille e io non arrivo a tanto, ma letteralmente immortale, come lo pensano i cani e i bambini e i bravi cittadini che non si sono ancora ammalati». E precisa: «Per fortuna, o per disgrazia, ogni attacco di ottimismo ha un inizio e una fine. Se non avesse fine, l’attacco di ottimismo si trasformerebbe in vocazione politica...».
Sulla letteratura contemporanea Bolaño ha le idee chiare, quasi che avesse letto in anteprima le classifiche dei libri più venduti in questi anni. Tutta letteratura del plagio, secondo lo scrittore cileno: «Non si deve plagiare, a meno che non si voglia essere impiccati sulla pubblica piazza. Anche se i plagiari, oggigiorno, non vengono impiccati. Ricevono, anzi, sovvenzioni, premi, cariche pubbliche e finiscono nella lista dei best seller e diventano opinion leaders. Che brutta espressione: opinion leaders. Immagino significhi qualcosa come pastore di gregge, o guida spirituale degli schiavi».
I suoi giudizi sugli scrittori? Caustici o di sconfinata generosità: per un Neruda «instancabile e ripetitivo», c’è un Burroughs sempre visto dalla generazione di Bolaño come «l’uomo incrollabile, il pezzo di ghiaccio che non si scioglieva, l’occhio che non si chiudeva mai. Dicono che ebbe tutti i vizi del mondo, però io credo che fu un santo cui si accostarono tutti i viziosi del mondo perché aveva la delicatezza e l’imprudenza di non chiudere mai la porta». Per un Günter Grass «crepuscolare e frammentario», c’è Philip Dick che è «una specie di Kafka passato attraverso l’acido lisergico».
Tra parentesi raccoglie istantanee di un Bolaño che, mai come in questo libro, candidamente ha la delicatezza e l’imprudenza di non chiudere mai la porta. Perché ognuno lo possa divorare accorgendosi soltanto a libro chiuso di essere stato divorato. Il libro finisce per essere proprio il genere di opera che Bolaño pretendeva di odiare sopra ogni altra: un’autobiografia - qualcosa che, come lui stesso dice delle memorie di Ellroy, «si chiude sull’immagine di un uomo solo: in altre parole, non si chiude». Difficile immaginare un epitaffio più conseguente, e più lusinghiero.
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