L’insospettabile cronista spia di Teheran

MilanoHamid Masoumi, giornalista e agente segreto, è un signore smilzo, con i baffetti scuri, che parla con tono garbato un ottimo italiano. E adesso che è in carcere con l’accusa di avere - sotto la copertura giornalistica - fatto la spia e trafficato armi in Italia a favore dell’Iran, i suoi colleghi della stampa estera a Roma, i portavoce della multilingue comunità dei corrispondenti nel Bel paese, cadono dalle nuvole: «Siamo profondamente scossi dalle vicende che riguardano il nostro collega Masoumi, che abbiamo sempre conosciuto come persona educata e corretta», dice il presidente della Stampa estera, Maarten van Aalderen. E persino Yossi Bar, corrispondente da Roma dell’israeliano Maariv, sembra stupito: «Masoumi manteneva rapporti amichevoli con tutti i colleghi, tutti lo rispettavano, perché è un grande lavoratore». E aggiunge però: «Anche se nessuno ha avuto modo di conoscerlo bene».
È proprio il caso di dirlo: nessuno ha avuto modo di conoscerlo bene. Almeno fino a ieri mattina, quando la Guardia di finanza lo va ad arrestare a pochi passi dalla sede della Stampa estera, a Roma, in via dell’Umiltà. Nello stesso momento, altre sei paia di manette scattano qua e là per l’Italia. E l’Italia si scopre all’improvviso terra di conquista per gli uomini del Mois, il servizio segreto di Teheran, che ha raccolto sotto gli ayatollah l’eredità della temibile Savak, l’intelligence dello Scià. Qui - dice l’inchiesta condotta dalla Procura antiterrorismo di Milano - gli agenti del Mois compravano sistemi d’arma aggirando l’embargo deciso dal Consiglio d’Europa contro gli «Stati canaglia».
A dirigere il traffico, per conto del Mois, lui, il garbato e insospettabile inviato della Islamic Republic Iran Broadcasting, la tv del regime di Ahminejad, insieme a un’altra «barba finta» iraniana, Alì Damirchiloo, catturato a Torino. A fare affari con loro, un gruppo di cinque italiani, guidato da un ex tecnico della Beretta messosi in proprio e da un avvocato torinese che gestiva i contatti con i piani alti delle forze armate iraniane, facendo su e giù da Teheran.
Tutto parte da un rapporto dell’Ottava divisione («Antiproliferazione») dell’Aise, il nostro servizio segreto militare, sviluppato dalla Guardia di finanza di Milano con un anno e mezzo di pedinamenti e intercettazioni su decine di utenze: «Intercettazioni - sottolinea il procuratore aggiunto Armando Spataro - che non sarebbero state possibili se fossero state operative le norme della legge in corso di approvazione in Parlamento».
È un’indagine complessa, come complessi sono i movimenti delle armi, individuate e sequestrate tra la Svizzera, la Romania, l’Irak. A Londra un altro membro dell’organizzazione, un’ex testa di cuoio britannica, è stato catturato nei mesi scorsi e starebbe collaborando. Non si parla di atomiche né di ordigni batteriologici, ma di puntatori laser Schmidt Bender, i mirini di precisione essenziali soprattutto in una guerra di guerriglia, combattuta all’altezza del suolo. Gli iraniani ne avevano ordinati mille. Duecento sono stati sequestrati in Romania, cento a Londra. E poi giubbotti da immersione, caschi da elicotterista, proiettili, sostanze chimiche, un elicottero, tutto materiale che - dicono le risoluzioni europee - all’Iran non si può vendere. E che invece si vendeva, come probabilmente si vende di più e di peggio, con il solito vecchio trucco delle triangolazioni.
A raccogliere le ordinazioni, a Roma, c’era lui, Masoumi, il giornalista con i baffetti divenuto popolare per una domanda a Massimo D’Alema: «Invece di indignarsi per le bandiere di Israele date alle fiamme, perché non si indigna per i bombardamenti su Gaza?»