L’INTERVISTA FILIPPO LA MANTIA

Altro che ometti in calzamaglia, addetti a spesa, cucina e servizio in tavola; indaffarati a dar la pappa e il biberon al piccolo mentre la supermamma è fuori a far carriera e sfornare successi. «Tutte becerate» secondo Filippo La Mantia. Lo chef siciliano, padrone della cucina romana del Majestic, boccia categoricamente la tesi del professore di Harvard e condivisa da Umberto Veronesi. Sostiene, invece, la teoria dell’uomo forte e virile in cucina.
Addio donna ai fornelli: ora ci pensa l’uomo a cucinare. Scelta fatta o subita?
«Non la metterei così. L’idea della donna segregata a casa a far da mangiare per marito e figli è superata. E soprattutto non c’entra con il ruolo dell’uomo di oggi. La donna cucina per tradizione, lo fa come servizio, l’uomo per gioco, diletto».
Però così perde sex appeal...
«Ma non è vero. Ne parlavo proprio di recente con Davide Oldani, mio amico, oltre che straordinario chef. E ridevamo di fronte alle copertine, foto, servizi che ci dedicano riviste e televisioni. Non lo dico per vantarmi. Ripeto: ridevamo perché sembra che l’uomo con padella e grembiule piaccia alle donne».
Ultima versione di latin lover?
«Direi di sì. Non escluderei che tra un po’ il dongiovanni, lo sciupafemmine, sostituisca mazzi di fiori e auto scattanti con un invito a casa, una tavola imbandita e manicaretti preparati personalmente per far colpo sulla sua preda».
Strategia vecchia. E delle donne.
«Ma se funziona, funziona!».
Per lei funziona?
«Per me è diverso, è un lavoro. All’inizio era un hobby, era la passione di sperimentare ricette, perfezionare piatti collaudati, col tempo è diventato, per me come per molti miei colleghi, un lavoro».
E per le colleghe, no?
«Ad averne di colleghe, ma è dura trovare delle cuoche. Io ne vorrei almeno una, la cerco da anni, ma nella mia cucina continuiamo ad essere nove chef, tutti uomini».
Le signore si occupano di affari?
«Non penso sia questa la ragione. È più una questione di orari e fatica. Si lavora dalle 4 del pomeriggio all’una di notte, ritmi serrati, attività intensa».
Ma le donne hanno una marcia in più secondo Veronesi...
«Anche secondo me. Ma questo non significa essere disposte a condurre una vita del genere, è davvero molto dura. Deve piacere e occorre una gran resistenza».
Crede nella superiorità della donna?
«Certo e non mi vergogno a dirlo. Mia figlia Carolina me lo dimostra di continuo. Anche se in fondo si è sempre saputo che il mondo femminile batte quello maschile».
In che senso?
«La donna è più intraprendente, dinamica, comunicativa. A casa e nel lavoro. L’uomo è più orso. E, diciamolo, è un “bambinone”».
Per sua figlia non è strano vedere il papà, e non la mamma, ai fornelli?
«No. Per lei è un piacere, ama i miei piatti e apprezza la tavola. E poi a casa non esistono ruoli definiti, in cucina c’è spazio per entrambi i genitori».
Nessuna rivalità? Gioco di potere tra i sessi?
«Al massimo c’è la lotta per le ricette. Ognuno ha i suoi piatti preferiti e cerca di “propinarli” il più possibile. E questo capita spesso nelle coppie in cui marito e moglie hanno culture culinarie diverse, in cui, ad esempio, il marito genovese vuole la pasta al pesto e la moglie romana la carbonara».

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