L’Italia in bici è mondiale solo nelle scuse

di Cristiano Gatti
Italia giù di Squadra. Negli ultimi tre anni abbiamo vinto il Mondiale sfruttando un bellissimo collettivo, tanto da trasformare la nazionale in un nuovo marchio di prestigio, una maiuscola invidiata in tutto il mondo. Ma nel momento più difficile, quando si tratta di fare il poker iridato come non è mai riuscito a nessuno, la griffe va in frantumi. Fallimento di Squadra e tutti a casa abbassando lo sguardo.
Sul durissimo percorso di Mendrisio vince l'australiano Cadel Evans, un campione di quest'epoca, che una percentuale d'Italia comunque se la porta dentro, essendo preparato in quel centro Mapei di Castellanza dove il requisito essenziale si chiama pulizia. Secondo un russo, terzo uno spagnolo. Primo degli italiani il capitano Cunego, ottavo. Gli altri, non ne parliamo. Velo pietoso.
Eppure, persino davanti a cotanta disfatta, gli azzurri sono qui a dire che comunque si sentono i migliori, almeno fino al penultimo dei diciannove giri. Peccato che nell'ultimo, quello davvero importante, la prestigiosa Squadra cada letteralmente a pezzi. I solerti agenti Rezzonico e Gervasoni del Canton Ticino stanno ancora raccattando i poveri resti in giro per la zona.
No, non raccontiamoci favole. Possiamo dire al massimo che abbiamo corso con leale spirito di Squadra, rispettando i ruoli e gli ordini del cittì Ballerini, ma tutto il resto va preso e serenamente buttato nel dimenticatoio. Troppo più forti gli altri, troppo fragili noi nei momenti decisivi. Non c'è proprio niente da recriminare. Perdere un Mondiale allo sprint lascia sempre aperta la porta a mille attenuanti, perderlo in questo modo non lascia aperto nulla: solo il silenzio. Approfittiamone per evitare di raccontarci fregnacce inutili. Proviamo a vincere almeno il Mondiale dello stile.

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