L’Italia va in campo, Paolo Rossi in soffitta

Stasera in campo la prima Italia post '82, con negli occhi soltanto il trionfo di Berlino 2006 e Cannavaro che alza la Coppa

L’Italia va in campo, Paolo Rossi in soffitta

Dietro la bandiera non c’è più Pablito. Questa è la prima Italia post ’82. Eccoci: ci sono voluti sette mondiali e ventotto anni per sotterrare la nostalgia. Italia-Paraguay di stasera è l’inizio di una nuova era. Questa Nazionale non è più figlia di Zoff, Bergomi, Cabrini, Gentile, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Oriali, Graziani. C’è un punto, c’è il passato. Abbiamo inseguito il mito di quella squadra, abbiamo celebrato all’infinito quei gol, quella gioia, quella generazione. Quell’estate finisce oggi: Sudafrica, Città del Capo, ore 20.30. L’esordio mondiale. L’esordio di un’era: per la prima volta la maggioranza dei giocatori della rosa italiana non c’entra con Italia-Brasile 3-2, con Italia-Polonia 2-0, con Italia-Germania 3-1. Semplicemente, la gran parte dei ragazzi che oggi vanno in campo o in panchina, l’11 luglio 1982 non era neanche nata.

L’anagrafe dei Chiellini e dei Montolivo archivia le immagini un po’ sbiadite del Mundial spagnolo. Archivia soprattutto il ritornello malinconico che quell’avventura del 1982 ha alimentato per tutti gli anni che ci hanno diviso da un nuovo trionfo: Cannavaro che alza la Coppa a Berlino quattro anni fa trasforma Zoff e il suo sguardo serio del Santiago Bernabeu in una pagina di storia. Però il 2006 non è stato sufficiente: abbiamo vinto, ci siamo tolti il peso dell’ansia da attesa di un altro successo, ma non abbiamo chiuso in un cassetto i ricordi. Troppi di noi s’erano sentiti Paolorossi. Troppi dei giocatori campioni in Germania erano davanti alla tv nel 1982. Oggi no: De Rossi, Bonucci, Bocchetti, Chiellini, Criscito, Marchisio, Montolivo, Pazzini, Quagliarella, Marchetti, Pepe. Poi l’altro, l’ultimo: Alberto Gilardino che nell’82 c’era per modo di dire. Era nato il 5 luglio, il giorno di Italia-Brasile, sei giorni prima del trionfo del Bernabeu.
Siamo la Nazionale di ragazzi cresciuti conoscendo quella storia senza averla vissuta dal vivo. E questo cambia. Il tempo macina i ricordi e cataloga i momenti. Chi ha vissuto quell’epoca avrà sempre il magone: i quaranta-cinquantenni di oggi l’hanno vissuto come il successo popolare, l’uscita da un momento tragico, l’inizio di una fase nuova, di un decennio diverso. La retorica della fine del Calcioscommesse, la liturgia dei Campioni del Mondo, la rinascita del nostro Paese nel mondo: tutto ha alimentato il mito del Mundial e dei suoi protagonisti. Per tre decenni è stato quasi un riflesso condizionato: l’Italia era quella lì e tutte quelle che sono venute dopo hanno dovuto patire il confronto. Compresa l’ultima, quella di Berlino. Perché l’abbiamo letto e l’abbiamo sentito: il 2006 non è stato come il 1982. Perché per tutti quelli che erano giovanissimi o giovani quell’estate spagnola potrà non essere paragonabile con altre. È normale: abbiamo tutti la tendenza a credere che i nostri momenti belli non possano essere vissuti da altri, pensiamo tutti che ieri in fondo sia sempre meglio di oggi, ci illudiamo tutti di aver vissuto istanti che il futuro non potrà mai dare né a noi, né soprattutto agli altri. È la distorsione dell’età che non accetta di avanzare e guarda indietro per illudersi di potersi fermare.

Berlino è stata magica per quello che è successo e per quello che è stato. E anche perché ha dato una spallata a Madrid, che ora il Sudafrica chiude in cassaforte. Lì, dove nessuno la tocca: è il suo posto di quel Mondiale, tra i gioielli collettivi di un Paese che non ne ha tanti e quelli che ha se li coccola il più possibile. L’urlo di Tardelli non può essere la liturgia televisiva di ogni quadriennio: è un’immagine unica che la ripetitività ha rischiato di banalizzare. Perché? Il 1982 è il passato: a un certo punto si prende e si mette via. L’Italia non c’è riuscita, ci riuscirà da ora in poi. Pablito non c’è più: resta un’icona, non una speranza, non uno da invocare come paragone. Il mondo è cambiato, il calcio pure. È il futuro che arriva e si prende se stesso. Per fortuna. La nostalgia è normale, però è un po’ da perdenti.

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