L’Onu ci riprova, via gli arsenali nucleari

Barack Obama, il presidente americano che sogna un mondo senza arsenali atomici, ha intascato una vittoria ma ha anche inviato un messaggio (cifrato ma inequivocabile) ai più inquietanti nemici del disarmo: l’Iran e la Corea del Nord. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, per la prima volta dalla sua istituzione nel 1946 presieduto dal presidente degli Stati Uniti, ha infatti approvato all’unanimità la risoluzione sostenuta da Washington sulla non proliferazione nucleare.
Si tratta, beninteso, di un successo più che altro d’immagine. Lo stesso Obama ha riconosciuto di «non avere illusioni a proposito delle difficoltà di arrivare a ottenere un mondo senza armi nucleari». Ma la Casa Bianca conta di poter partire da questa base fatta di parole per arrivare a risultati concreti col tempo: e chiaramente nel mirino del processo di denuclearizzazione ci sono quelli che il suo predecessore George W. Bush avrebbe definito «Stati canaglia», ovvero l’Iran e la Corea del Nord.
Nel concreto, Obama ha sostenuto che il rischio del diffondersi incontrollato nel mondo di armi atomiche impone nuove strategie internazionali. Obiettivi principali sono la riduzione delle testate schierate dalle potenze nucleari nel mondo e il lancio di iniziative per impedire che materiale nucleare finisca nelle mani di terroristi. «Se solo un’arma nucleare esplodesse in una città - ha detto il presidente americano nel suo discorso davanti ai leader degli altri 14 Paesi membri del Consiglio di Sicurezza -, sia essa New York o Mosca, Tokyo o Pechino, Londra o Parigi, potrebbe uccidere centinaia di migliaia di persone e destabilizzerebbe pesantemente la nostra sicurezza, le nostre economie e il nostro stesso modo di vivere».
I prossimi dodici mesi, ha detto il presidente degli Stati Uniti, saranno cruciali per determinare se la risoluzione appena approvata e l’impegno per fermare la proliferazione nucleare avranno portato risultati. La risoluzione votata dai Quindici non rimuove un vecchio ostacolo: l’assunto secondo cui i cinque membri permanenti del Consiglio (Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia) sarebbero gli unici Paesi con un diritto di fatto a detenere arsenali atomici, salvo esser firmatari di un Trattato di non proliferazione. Essa si rivolge senza nominarli ad «altri Paesi» affinché si uniscano agli sforzi di disarmo atomico (si tratta chiaramente di India, Pakistan e Israele) e neppure nomina espressamente l’Iran o la Corea del Nord, cosa che si spiega con cautele diplomatiche necessarie a ottenere un largo consenso sul testo: ma è evidente che a loro si fa riferimento quando la risoluzione parla di «attuali principali sfide al regime di non proliferazione».
Pyongyang tace, mentre nel suo discorso davanti all’Assemblea Generale il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad non ha fatto riferimenti diretti al programma atomico del suo Paese, ma dopo che Francia e Gran Bretagna hanno lanciato accuse sulla sua natura ambigua, la missione diplomatica di Teheran presso le Nazioni Unite ha diffuso un comunicato in cui le ha bollate come «totalmente false». Comunque, l’ultima intervista di Ahmadinejad al Washington Post ha fatto capire che la strategia iraniana rimane quella di negare l’esistenza di un programma nucleare militare parallelo a quello civile e clandestino. E di andare avanti, costi quel costi.
È comunque certo (lo hanno enfatizzato loro stessi) che Obama e il suo omologo russo Dmitry Medvedev hanno ampiamente trattato della questione nucleare iraniana nel loro incontro faccia a faccia di mercoledì scorso. Un riavvicinamento di Mosca alle posizioni americane sull’Iran, dopo le importanti concessioni fatte dalla Casa Bianca sullo scudo spaziale nell’Europa Orientale, era dato per scontato. E infatti i due leader hanno convenuto sul fatto che Teheran rischia di dover subire nuove sanzioni dall’Onu se rifiuterà di venire incontro alle sue richieste: stop alle attività nucleari “sensibili” e via libera agli ispettori dell’Agenzia atomica internazionale. Oltre a questo, Obama e Medvedev hanno parlato di piani congiunti russo-americani per un nuovo trattato bilaterale che porti alla riduzione degli arsenali nucleari dei due Paesi.

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