L’Unione inciampa sullo scalone delle pensioni

Dietrofront sulla proposta di aumentare a 62 anni l’età del ritiro

da Roma

Quando le raffiche ad alzo zero dei sindacati hanno cominciato a farsi davvero pesanti, Cesare Damiano - ministro del Lavoro, e titolare della riforma delle pensioni - è uscito dalla trincea per smentire tutto: «Le notizie che ho letto sui giornali (relative alla modifica del regime previdenziale, con l’aumento dell’età pensionabile senza disincentivi a 62 anni, ndr) non sono riferibili a mie dichiarazioni, e non corrispondono alla visione del governo».
Il ministro del Lavoro ha ragione perché, all’interno del governo, le visioni sono almeno tre: quella di Tommaso Padoa-Schioppa, che dalla previdenza cerca risparmi futuri, ma anche immediati; quella dello stesso Damiano, che non postula tagli di spesa nel 2007, e che prevede maggiore flessibilità nei requisiti d’età per lasciare il lavoro; quella dei ministri della sinistra radicale, che di pensioni non vogliono sentir parlare. E così, innestata la retromarcia, ora si parla di età «centrale» di pensionamento a 60 anni. Basterà?
«Nel sistema pensionistico c’è qualcosa da correggere, il patto fra generazioni è gravemente a rischio: anche i miei figli sono precari e non riescono a crearsi una previdenza», afferma il ministro dell’Economia. Ma le anticipazioni su possibili interventi, ottengono una violenta bordata di rifiuti. Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto da tempo l’abolizione del cosiddetto «scalone Maroni», l’obbligo di avere almeno sessant’anni di età, a partire dal 2008, per andare a riposo con 35 anni di contributi. L’ipotesi iniziale dei tecnici di Damiano era quella di sostituire lo scalone con uscite flessibili: 62 anni per un pensionamento neutrale dal punto di vista dell’assegno, che scendono fino a un minimo di 58 anni con una decurtazione progressiva della pensione.
Ma c’è un problema: lo scalone offre risparmi consistenti di spesa, dal mezzo miliardo del primo anno ai 4 miliardi annui a regime. Come sostituirli? L’ipotesi che va per la maggiore è un aumento dei contributi a carico dei lavoratori «parasubordinati», la cui aliquota contributiva è oggi del 19% contro il 32,7% dei dipendenti, e forse anche degli autonomi. Si parla anche di una revisione dei coefficienti di trasformazione: un’operazione prevista dalla riforma Dini, ma che i sindacati vedono come il fumo negli occhi perché ridurrebbe le pensioni. Damiano vuole introdurre la previdenza integrativa anche nel pubblico impiego. Prende poi corpo l’ipotesi di aumentare l’età della pensione per le donne dagli attuali 60 a 62 anni, sempre su base volontaria. Su tutto si abbatte l’opposizione di Cgil, Cisl e Uil. «Se il centrosinistra non trova di meglio, dopo tante chiacchiere, di mettere ticket sanitari e innalzare l’età della pensione, allora si va allo scontro duro», avverte Giorgio Cremaschi, leader dei metalmeccanici della Cgil. «Le considerazioni di Padoa-Schioppa sono sbagliate - aggiunge Morena Piccinini, segretario confederale Cgil - perché un conto è lavorare a 70 anni all’Università o in politica, un conto è in fabbrica». Persino dai Ds, partito del ministro del Lavoro, giunge una nota in cui si dice che «il sistema pensionistico non ha bisogno di altre riforme».
Questa salva di «no» sembra consigliare Damiano e Padoa-Schioppa a interventi di manutenzione più modesti. L’età centrale di pensionamento resterebbe a 60 anni dal 2008 (come voleva Maroni) ma soltanto su base volontaria, con penalizzazioni per chi va a riposo prima, cioè fra i 57 e i 59 anni d’età. L’età centrale salirebbe, come del resto prevede la riforma Dini, a 61 anni nel 2010, ed a 62 anni nel 2014. Ma almeno sulla revisione dei coefficienti e sull’aumento dell’età per le donne, il ministro del Lavoro sembra resistere: rispetto al ’95, data della riforma Dini, le aspettative di vita sono ancora aumentate, bisogna fare qualcosa.

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