Ladro condannato a dormire al freddo su una panchina

C’è da scommetterci. Per finire al fresco avrebbe fatto carte false. Ma il giudice ha deciso di infliggergli una pena alternativa: dormire su una panchina. Al gelo, quello polare di queste notti. Casi della vita. La storia ha dell’incredibile se non ci fosse una sentenza scritta nero su bianco. Roba da far strabuzzare gli occhi anche ai carabinieri. Succede che Antonio, lo chiameremo così, 35 anni, viene beccato a rubare in un appartamento di Parabiago. I militari dell’Arma arrivano sul posto e trovano il ladro con le mani nel sacco. Non oppone resistenza. Allunga i polsi e li infila nelle manette. In caserma, il verbale d’arresto nel giro di poche ore, finisce sulla scrivania del magistrato di turno al Tribunale di Milano che stabilisce che non è il caso di spedirlo in carcere. Decide di applicare le cosiddette misure alternative alla detenzione. «Dove vuole andare?» chiede il giudice. Sintetica la risposta di Antonio: «Da mio fratello a Parabiago». Il fratello però, non vuole saperne di ospitarlo. Diciamola tutta, il trentacinquenne non è uno stinco di santo: sul suo conto le forze dell’ordine conservano un fascicolo lungo un chilometro. Niente reati da criminali di razza: furti, rapine, oltraggio a pubblico ufficiale e via di questo passo. Tanto per sbarcare il lunario senza tirar fuori olio di gomito. Risultato: il fratello in casa non lo vuole proprio. Il Tribunale riesamina il caso e questa volta Antonio chiede di scontare le misure di detenzione a Limbiate. Pensa d’avere amici. Altro clamoroso errore. Tutte le porte sono chiuse. Il magistrato ha di che grattarsi il capo. Bene, ecco la soluzione: obbligo di dimora a Limbiate. E dalle ventidue alle sette del mattino a nanna sopra una solida panchina, sistemata dentro il giardinetto pubblico di via Trieste. I carabinieri, è il loro dovere, vanno a controllare che rispetti la sentenza. Un paio di volte lo trovano sulla panca. Un’altra Antonio è sparito. Dove è finito? Chiaro. Rannicchiato dentro una mega tartaruga di plastica che l’assessore ha fatto mettere lì a pochi passi per la gioia dei piccoli. Voleva solo ripararsi dai meno cinque gradi. Quella notte, quando la scalogna ti si aggrappa e non ti molla, nevicava. Gli uomini in divisa chiudono un occhio. Anzi entrambi. In fondo, panchina o tartaruga cambia poco.

Arriva la vigilia di Natale ed ecco un’amica farsi avanti: «Dai, vieni a casa mia». Antonio non si lascia pregare. Saluta la panchina, dà la buonanotte alla tartarugona e benedice quella che ricorderà per sempre come la fata turchina. Adesso dorme al calduccio.

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