Nei Diari di George Orwell, inediti in Italia, compare a più riprese una presenza che disturba più di qualsiasi argomento politico: il topo. Non come metafora. Quando Orwell si ritira nelle isole scozzesi per scrivere L'ultimo uomo sulla terra (poi rititolato 1984) è ossessionato dai topi nel granaio. Orwell annota gli avvistamenti con la precisione di un naturalista e il disgusto di chi sa che quella creatura lo riguarda in modo che non sa ancora spiegare. È una delle ragioni per cui quei diari, per il resto aridi, meritano attenzione al di là della curiosità biografica. Mostrano il momento in cui un'immagine transita dall'inconscio alla pagina, prima di diventare letteratura. Winston Smith, nella stanza 101 di 1984, cede non alla tortura fisica ma alla minaccia della gabbia coi topi sul viso. O'Brien lo sa. Sa che ogni uomo ha la sua paura assoluta, quella che rompe qualsiasi resistenza, quella davanti alla quale l'identità si disgrega. Per Winston è il topo. Per Orwell, evidentemente, lo era davvero. C'è qualcosa di rivelatore in questa continuità tra vissuto e invenzione. Orwell non sublima la propria fobia: la preserva, la consegna intatta al personaggio per renderla universale.
Il topo non è il simbolo del totalitarismo, è qualcosa di peggio è il punto in cui il totalitarismo smette di essere sistema e diventa esperienza corporea, panico puro, regressione a uno stadio anteriore a qualsiasi ideologia. I diari, nella loro prosa spoglia e quotidiana, sono il laboratorio di questo processo.