L'arte di Alceo Dossena il falsario falsificato

Lo scultore si «ispirava» a grandi maestri. Ma è stato anch'egli vittima di un plagio (molto maldestro)

L'arte di Alceo Dossena il falsario falsificato

Che un falso sia falso è il massimo per un falso. Accade oggi a Parma, dove riappare una rinascimentale Madonna con il bambino firmata da Alceo Dossena, il più celebre falsario di tutti i tempi. Primo interrogativo: come fa un falsario a essere celebre? Se fa bene il suo lavoro non può essere riconosciuto, perché deve passare per quello che appare, e cioè per l'artista che ha inteso falsificare, o per un maestro di analogo stile, con diverso soggetto, per consentire una plausibile attribuzione. Se questo riuscì parzialmente ad alcuni falsari dei pittori primitivi italiani, quindi fra Trecento e Quattrocento, come Federico Icilio Joni e Umberto Giunti, trovò invece campo più fertile e largo, tra Ottocento e Novecento, in alcuni formidabili scultori capaci di immedesimarsi in maestri di età antica e moderna. Penso a Giovanni Bastianini, a Gildo Pedrazzoni e ad Alceo Dossena. Perizia manuale straordinaria e invecchiamento delle pietre e delle superfici sono i primi requisiti di un falsario, il cui obiettivo è non essere riconosciuto. Per questo i più grandi falsari sfuggono alla nostra percezione e, se raggiungono il loro obiettivo, non devono essere riconosciuti, e il loro nome deve rimanere assolutamente ignoto. Per questo un falsario che si riconosce, e di cui si conosce il nome, non è un vero falsario. È, o diventa, un artista in proprio.

È il caso clamoroso di Alceo Dossena. Anche perché il vero falsario ha una personalità, non è un copista o un imitatore, e si può prefiggere di imitare uno stile, non un'opera. Egli, nello spirito dell'artista falsificato, deve aggiungere opere che prima non si conoscevano. A questa categoria appartiene, sopra ogni altro, Alceo Dossena nel primo tempo. Quando concepisce in diversi stili opere che sono state acquistate dai grandi musei del mondo. Il falsario di cui conosciamo meno, Gildo Pedrazzoni, la cui mano è indecifrabile, potrebbe essere il misterioso autore del Trono Ludovisi. Alceo Dossena si misurava, con inesauribile linearismo, in tutti gli stili, in particolare l'etrusco, il gotico, il rinascimentale, con risultati eccellenti. Le sue opere, realizzate nello stile dei grandi maestri del passato, erano di qualità così straordinariamente elevata che permisero a mercanti italiani poco onesti di venderle all'estero, in particolare negli Stati Uniti, dove sono esposte in alcuni dei principali musei. E fino all'epoca del grande scandalo (1928), quando le sculture vennero riconosciute false, furono considerate dagli studiosi opere originali.

Alceo Dossena era nato a Cremona nel 1878 e già a dodici anni, espulso dalla scuola pubblica, iniziò a lavorare nella bottega di un marmista, educandosi a ripetere stili. Agli inizi del secolo, l'incontro con Michelangelo Monti, scultore di Montevarchi, lo indirizza verso la scultura del Rinascimento. Dopo la guerra, vissuta tra Perugia e Roma, si trasferisce nella capitale, in uno studio sulla via Trionfale, dove produce terrecotte nelle fornaci della valle dell'Inferno. È l'incontro con l'antiquario Alfredo Fasoli ad avviarlo verso l'attività di falsario. La produzione di falsi di Dossena risale soprattutto al decennio 1918-28; mentre i tre rilievi neo quattrocenteschi in terracotta con Madonna con il Bambino, conservati al Victoria and Albert Museum di Londra, eseguiti intorno al 1929, a esempio, non imitano lo stile di nessun artista. Fu infatti nel 1928 che Dossena interruppe il suo rapporto di collaborazione con gli antiquari, che gli avevano commissionato numerose sculture suggerendogli soggetti e modelli e fornendo, oltre al denaro, i materiali idonei, nuovi locali e l'occorrente per una produzione di decine e decine di pezzi. Non si trattava di pochi esemplari, ma addirittura di finti spogli di intere cattedrali dirute, che si diceva affiorassero nelle bonifiche agricole del Maremmano negli ex fondi Savelli. Allargandosi la sua attività, Dossena cambiò vari studi fino a quello ancora visitabile in via Margutta.

Intorno al 1926 su questa vasta produzione cominciarono a circolare sospetti. Si iniziò a parlare di un artista italiano autore di falsi greci, etruschi, gotici e rinascimentali. La vicenda divenne nota quando Dossena interruppe ogni rapporto con gli antiquari, e lo studioso e consulente di vari musei americani, H.W. Parsons, intervistò Dossena che gli mostrò il dossier con le fotografie delle sue opere. Gli antiquari coinvolti tentarono di comprare il silenzio di Dossena, accusandolo di antifascismo. Fu il gerarca cremonese Farinacci a garantire per lui. Il processo, tra il dicembre del '28 e il gennaio del '29, si concluse con l'assoluzione per mancanza di prove. Ne conseguì una esaltazione dell'opera di Dossena considerato come un autonomo virtuoso, un Donatello redivivo, e lui stesso autenticò e firmò a posteriori sculture sue; si era affermata infatti l'idea che egli fosse stato vittima degli antiquari. E tante ve ne sono da far ritenere il periodo successivo alla scoperta dei falsi il più fortunato della sua carriera. D'altra parte, il lupo perde il pelo ma non il vizio. Fu infatti intorno al '36 che Dossena esegui la Diana Cacciatrice con l'intenzione di farne un'opera etrusca. L'acquisto, invero, era stato sconsigliato da numerosi studiosi e l'ufficio esportazioni della Soprintendenza di Bologna aveva dato licenza di esportare l'opera, considerandola un «pasticcio» desunto da prototipi etruschi. Contro l'autenticità si schierarono Pico Cellini, Margarete Bieber della Columbia University e, poi, lo stesso Parsons che pubblicò una fotografia scattata nell'inverno '36-37, quando la scultura si trovava nello studio dell'artista, solito fotografare tutte le sue opere.

Oltre che nella formidabile tecnica, l'abilità di Dossena era nelle patine studiate con grande attenzione. Giuseppe Cellini scrive: «La sua patina non è una sovrapposizione di materiali, come quella che si trova nelle sculture di scavo, ma è una tonalità di colore sottostante all'epidermide, penetrata all'interno per gradi, fissatasi indelebile nei sottosquadri, come appunto si verifica nei marmi medievali e rinascimentali. Non si tratta di un imbratto dato e ritolto al lavoro finito, secondo il metodo usato dagli altri falsari: il suo procedimento geniale era quello di scolpire le composizioni sin quasi a compimento, con piani lisciati dalla gradina, e a quel punto applicare una patina liquida a base di permanganato, acqua di ruggine e terra di quercia essiccata al calore della fiamma a gas. In tal modo si veniva a mascherare l'intera superficie con una crosta nerastra; successivamente, sulla rifinitura, con gli scalpelli piani ed i calcagnoli egli mondava la superficie stessa e, come ad un frutto, scopriva la polpa del marmo, con l'alone interno di patina, come nell'antico». Il risultato stilistico e di presentazione è eccellente perché, riproducendo lo stiacciato di Donatello e il movimento meraviglioso delle pieghe strizzate che definiscono uno stile unitario e inconfondibile, Dossena era riuscito a identificarsi in uno scultore rinascimentale, annullando il tempo in un'illusione perfetta, borgesiana.

Egli era entrato nel corpo e nello spirito delle forme, miscelando dettagli di Antonio Rossellino, di Agostino di Duccio, di Benedetto da Mariano, di Gregorio di Lorenzo, di Mino da Fiesole, tutti uniti nella sua sensibilità, tutti dossenizzati. Per questo appare evidente che la Madonna con il Bambino recentemente apparsa con la sua firma in alto a destra, è estranea a lui e al suo inconfondibile stile. E che non tutti i falsi sono uguali, e non basta falsificare un bassorilievo del Quattrocento per essere Dossena.

Per questo siamo tutti in presenza di un grossolano falso Dossena, ovvero povero, riproduttivo, condotto da un'altra mano, inesperta e, solo in quanto appartenente al genere del falso, ad evidenza, firmato a posteriori: «Alceo Dossena». È troppo evidente la sua natura di falso. Un vero falso deve apparire vero. Se no, è un falso falso. In questo caso un falso Dossena.

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