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L'arte è sacrificata sull'altare della politica

Visto da fuori, il messaggio è questo: vorremo (forse) toccare il sistema ma non ne abbiamo la forza. Venezi era una scommessa, giusta o sbagliata, sul cambiamento

L'arte è sacrificata sull'altare della politica
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Beatrice Venezi è stata licenziata dalla Fenice di Venezia. Subito è partita la festa non solo tra gli orchestrali ma anche tra altri direttori d'orchestra, lieti di rilasciare interviste in cui demonizzano Venezi per incensare meglio se stessi. Difficile trovare uno spettacolo più rivelatore di cosa sia il mondo della cultura. Venezi ha descritto, nelle interviste rilasciate ieri notte da Los Angeles, un ambiente diventato insostenibile, una campagna ostile, un isolamento sistematico in un teatro che avrebbe dovuto dirigere. Le sue dichiarazioni, nei giorni precedenti, erano state inopportune ma certamente Venezi era attesa al varco. Si aspettava un errore per congedarla. La politica si è smarcata subito. Dopo aver imposto la direttrice, l'ha scaricata. Visto da fuori, il messaggio è questo: vorremo (forse) toccare il sistema ma non ne abbiamo la forza. Venezi era una scommessa, giusta o sbagliata, sul cambiamento. Il cambiamento ha perso. Vince, come sempre, chi presidia le casematte dall'interno e sa aspettare. La questione artistica è secondaria nella brutta conclusione di questa vicenda. Le Fondazioni liriche sono strutture che gestiscono denaro pubblico con logiche di autoconservazione consolidate. Non è una novità e nessuno si è mai illuso che bastasse una nomina per cambiarle. Il punto, semmai, è che stavolta la resa alla pax sindacale, in una Venezia che si avvicina alle elezioni, è stata troppo rapida e silenziosa. Stessa giornata, stessa città. Gli ispettori del ministero della Cultura sono arrivati a Ca' Giustinian per acquisire documenti sulla partecipazione russa alla Biennale Arte, la cui vernice è fissata al 9 maggio. A marzo il ministero aveva già ottenuto la corrispondenza tra la Fondazione e Mosca. Da quelle carte era emerso che la Federazione russa, proprietaria di un padiglione nazionale, aveva confermato la propria partecipazione all'inizio dell'anno, dopo i primi contatti nel 2025. Nessuna irregolarità è emersa. Sullo sfondo, lo scontro tra il ministro Alessandro Giuli e il presidente Pietrangelo Buttafuoco che va avanti da mesi, ventidue ministri europei che hanno definito "inaccettabile" il padiglione russo, la minaccia dell'Unione europea di ritirare un finanziamento da due milioni di euro, la giuria internazionale che ha escluso Russia e Israele dalla corsa ai premi in quanto Paesi guidati da leader accusati dalla Corte penale internazionale. Una sequenza che ha trasformato mostra d'arte in un dossier politico-amministrativo con il rischio di ammaccare l'istituzione culturale italiana più prestigiosa e nota al mondo.

Due crisi nello stesso giorno. In entrambi i casi la cultura è il campo di battaglia di conflitti che non la riguardano: pace sindacale alla Fenice, lotte intestine nell'area di governo alla Biennale. E la cultura paga il conto.

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