In fondo, anche nella vita, lui era così: niente orpelli, "I fatti, nudi e crudi!", puntare al cuore delle cose, parlare poco e chiaro, via il "di troppo" e il "di più". Nessuna sfumatura né mezze tinte. O bianco o nero. Lo stesso nelle sue fotografie.
Sì, Giovannino Guareschi (1908-68), creatore di mondi e creativo visionario, anticipatore di tutte le forme moderne del comunicare: i programmi radiofonici pop, la pubblicità, i fotoromanzi, i fumetti... - fu anche fotografo. Non un professionista, ma neanche un semplice amatore. Semmai un amante del raccontate mondi piccoli e grandi storie attraverso le immagini più pure. In bianco e nero, appunto. Giovannino, che sarà scrittore di sterminate parole, era ossessionato dalle immagini, che fin da giovane collezionava ritagliando i giornali, accumulando riviste, acquistando cartoline, tenendo da parte i libri con le copertine più belle...
Ed eccole qui le sue fotografie - tecnicamente magari non perfette ma narrativamente pienissime -, custodite nel monumentale archivio nella casa di famiglia a Roncole Verdi, a Busseto, cuore della Bassa parmense, e ora esposte in una grande mostra all'APE Parma Museo, centro espositivo della Fondazione Monteparma: Giovannino Guareschi fotografo. Uno sguardo d'autore in bianco e nero. Appena inaugurata e aperta fino al 28 giugno e curata da Carla Dini, la mostra - che trae ispirazione dal volume fotografico di Giuseppina Benassati e Roberta Cristofori che porta anche una sontuosa presentazione di Gino Ruozzi (Monte Università Parma editore) - mette in fila un'ottantina di foto scattate dallo scrittore tra la Pianura padana, Milano (città che per lui era casa-lavoro-famiglia), Parigi e un "giro d'Italia" di mille chilometri per un reportage commissionatogli dal Corriere della sera all'inizio della guerra. Il tutto in un arco di tempo che va dal 1934, quando iniziò a interessarsi a quello strano oggetto che era per lui la macchina fotografica - prima una Voigtländer poi una Rolleiflex - al 1956, con un'interruzione di un paio di anni, fra il '43 e il '45, quando dopo l'8 settembre, catturato dai tedeschi e rifiutando di servire la Repubblica di Salò, fu internato in campo di prigionia in Germania.
Ed eccoli qui i frammenti di vita quotidiana per immagini che narrano - Guareschi narra sempre, qualsiasi mezzo utilizzi - di un'umanità periferica e di periferie, di paesi della Bassa e di sguardi dall'alto, di finestre e di sguardi, di uomini e donne che attraversano le strade e il Tempo: l'umanità che non conta, che non occupa posti di potere, che non fa la Storia ma che resta un'umanità cui guardare con stupore, come le piazze e le case che non sono i luoghi d'arte ma che sono posti in cui perdersi con meraviglia.
Clic, si scatta. Il porto di Napoli visto dalla stanza d'albergo (1955). Veduta della piazza del Comune ad Assisi dalla finestra di un caffè (1956). La strada Sesto Calende-Milano (1941). Il Lungolago di Iseo (1941). Un Podere sulla via Emilia, a Rubiera (1941). In riva al Po, a Rovigo (1941). Il mulino galleggiate a Ficarolo, Rovigo (1941). Vedute dall'alto della spiaggia di Nervi, Genova (1948). Il Lago Maggiore a Laveno-Mombello (1941). Periferia, Milano (1942). Il meraviglioso Autoritratto riflesso nell'acqua, quando i selfie si chiamavano autoscatto (1940). La moglie Ennia e l'amatissimo figlio Albertino davanti al Palais Berlitz alla prima del film Le petit monde de Don Camillo (estate 1952)...
Tanti sguardi, poca retorica.
Se sai cogliere il "taglio" giusto, non c'è mai così tanta rivelazione come nella quotidianità. Così tanta verità nella semplice allusione. Così tanto stile nell'essenzialità.
Attenzione: le foto - di fatto qui esposte per la prima volta, se si eccettua una mostra nel 2018, all'aperto, sul lungomare di Cervia, dove Guareschi morì, ma la notte di Ferragosto molti pannelli furono vandalizzati... - non sono originali. Sono ristampe in grande formato, riproduzioni digitali di positivi o negativi purtroppo non in buone condizioni e tutti di piccolissimo formato.
Per Giovannino - il diminutivo come un destino di vita - le foto erano poco più che appunti visivi, piccole tracce da sviluppare, come un accenno di trama che diventa una grande storia. Una cosa in cui Guareschi - grande umorista velato da lieve malinconia - era maestro.